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CIVILTA’ CAMPANA
COLLANA DI STUDI STORICI, ARCHEOLOGICI, FOLCLORICI, SOCIALI
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SOSIO CAPASSO
BARTOLOMMEO CAPASSO
E LA NUOVA
STORIOGRAFIA NAPOLETANA
Nell’ 80° anniversario della morte
ISTITUTO DI STUDI ATELLANI
SETTEMBRE 1981
Tip. Cirillo – Frattamaggiore – Corso Durante 164 – Tel. 8806600

Dal Capasso, orientamenti nuovi ed attuali
Che il «piacere» della storia si sia notevolmente acuito presso il gran pubblico in questi ultimi
anni è un fatto che non ha certamente bisogno di particolare dimostrazione in quanto
ampiamente documentato dalle molte pubblicazioni specifiche che hanno visto e vedono la luce.
E’ evidente che il desiderio di meglio conoscere il passato, soprattutto in chiave non conformista,
di ricercare motivi che possano illuminare il presente, spesso fosco e angoscioso, alimentano
tale interesse, che, ovviamente, finisce per diventare un fatto culturale lodevole e ricco di
prospettive per il futuro.
Non a caso, però, abbiamo parlato di «piacere» della storia, in quanto, a nostro avviso, non è
tanto la genuina ricerca scientifica che trova spazio ed incoraggiamento, e con essa
l’approfondimento della critica, in senso aperto ed obiettivo, quanto la divulgazione di certi
aspetti della storia, spesso visti sotto ottiche particolari.
Noi pensiamo che sia tempo di approfondire il discorso sulla importanza delle masse popolari
nel succedersi degli avvenimenti nel tempo, di quelle masse, cioè, che, sempre, degli interessi,
delle rivalità, dei capricci dei potenti hanno subito le conseguenze, ma che, sempre, sono state
protagoniste degli avvenimenti stessi, perché, senza di esse nulla i potenti avrebbero potuto
realizzare.
Non si dimentichi che sono le masse che hanno sofferto, ma che hanno anche costruito, pietra
su pietra, la società civile; che hanno espresso i grandi ingegni, ai quali è legato, in tutti i
campi, il progresso umano; che hanno, con tenacia sicura ed eroica, tenuto in vita le proprie
comunità, rifondandole magari, dopo le distruzioni e le stragi che hanno costellato l’arco dei
millenni, facendo tesoro delle tradizioni, degli ideali, delle speranze ereditate e tramandandocele
perché le facessimo nostre, ben utilizzandole, alla costruzione di un mondo più umano.
Non vi è dubbio che l’aspetto politico-militare della storia è stato quello che ha incontrato i
maggiori favori, anche perché l’attività diplomatica, le guerre, le rivoluzioni non solo hanno
offerto agli studiosi un’ampia documentazione, certamente di alto interesse e tale da alimentare
curiosità e favorire ipotesi spesso affascinanti, ma sono state considerate, generalmente
determinanti per giustificare l’esistenza di un certo tipo di società, di economia, di credenze,
di prospettive.
Noi non neghiamo l’importanza della storia politico-militare e, naturalmente, neppure l’influenza
che avvenimenti di vasto respiro, conflitti armati, rivolgimenti violenti, hanno avuto ed
hanno certamente nella vita dei popoli, ma pensiamo che oggi debba prevalere un concetto
pluridimensionale della storia, quello cioè che considera in tale settore di studi, armonicamente
conglobate, varie dimensioni, quali politica, economia, organizzazione sociale, cultura, religione,
scienza, tecnica, lavoro.
E’ ovvio che un simile concetto della storia comporta, da parte dello studioso, un lavoro molto
più ampio e minuzioso, uno sforzo di interpretazione di dati e documenti ben più vasto ed
articolato, la necessità di fermare la propria attenzione su settori ristretti, per poi risalire,
pazientemente e sapientemente curando i filoni comuni, ad aspetti più complessi, pervenendo
così ad aspetti culturali veramente generali, capaci di coinvolgere le masse.
Nessuno creda, beninteso, che alberga in noi la presunzione di affermare cose nuove; non
dimentichiamo che già il Gramsci avvertì il senso aristocratico e classista della cultura
tradizionale ed il mancato incontro degli intellettuali con il popolo. Egli vedeva, per altro, nel
pensiero del Croce la più alta manifestazione della cultura borghese, oltre la quale avrebbe dovuto
avere inizio un ampio rinnovamento.
Un discorso nuovo, dunque, anche nella ricerca storica, ma che non ignori nessuna delle grandi
forze che nel tempo, hanno forgiato l’anima delle masse ed hanno motivato la loro esistenza,
dalla fede religiosa agli ideali più nobili, dall’attaccamento alle tradizioni ai sentimenti più
semplici, ma più tenaci, dalle ansie più profonde alle speranze più sopite, ma sempre
rinascenti.
* * *
Le argomentazioni precedenti ci portano a guardare con rinnovato interesse alla storia dei
comuni, la storia, cioè, di quelle comunità che, grandi o modeste, sono andate acquistando,
nel corso dei secoli, aspetti tipici e costanti. Le esperienze, gaie o tristi, vissute; i contraccolpi
ricevuti da eventi di rilevanza generale; gli sforzi compiuti per mantenere inalterate tradizioni,
affetti, comportamenti, in altre parole la «cultura» avita costituiscono un campo di studio di
interesse notevole, anche se può apparire, all’osservatore superficiale, limitato all’attenzione
di pochi.
Con intenti simili il Croce scriveva: «... ogni storia universale, se è davvero storia, o in quelle
sue parti che hanno nerbo storico, è sempre storia particolare, ... ogni storia particolare, se è
storia e dove è storia, è sempre necessariamente universale, la prima chiudendo il tutto nel
particolare e la seconda riportando il particolare al tutto ...» (B. Croce: Contro la storia universale
e i falsi universali, 1943), e Bartolommeo Capasso, che con il suo maestro Carlo Troia, è a giusto
titolo considerato l’innovatore della storiografia nell’Italia meridionale, affermava che, quali
«... eredi del patrimonio lasciato dai nostri padri, noi abbiamo l’obbligo di custodirlo, ma anche
di lavorare per far sì che questo ricco Patrimonio fruttifichi ...» (B. Capasso: Gli archivi e gli studi
paleografici e diplomatici nelle province napoletane fino al 1818, 1885) e fondava, nel 1876, con
tanti altri eruditi, la Società Napoletana di Storia Patria: confortati da così illustri precedenti,
convinti della opportunità del rinnovamento in atto negli studi storici, rinnovamento nel quale
le memorie regionali vengono ad assumere un nuovo e più prestigioso ruolo, guardiamo a
Bartolommeo Capasso non solo come ad uno studioso di rare capacità e di infaticabile tempra,
ma altresì come al convinto assertore della necessità di un rigoroso metodo scientifico nella
ricerca storica, al Maestro che ha fatto e fa scuola e che individuò l’importanza della storia
locale ai fini della più approfondita e sicura conoscenza di quella generale, per cui è con animo
commosso e grato che, nell’ottantesimo anniversario della dipartita, ci accingiamo a ricordarne
brevemente la vita e le opere.
BARTOLOMMEO CAPASSO
E LA NUOVA STORIOGRAFIA NAPOLETANA
Il 3 marzo del 1900 moriva in Napoli, al numero 7 di via Chiatamone, Bartolommeo Capasso. «Passò
da una specie di dolce sfinimento al sonno eterno. O buoni poveri occhi che da un anno non vedevano
più. La morte li chiuse con una carezza: il vecchio pareva che dormisse. La camera ove, sul suo semplice
lettuccio, Bartolommeo Capasso, bianco bianco, immoto, pareva che fosse placidamente assopito, la
camera luminosa era piena di fiori. E in mezzo ai fiori, in quella luce, sul suo candido letto, il gran
vecchio onesto e giusto pareva un santo»: così Salvatore di Giacomo sul «Corriere di Napoli» del
giorno seguente.
Chi era stato Bartolommeo Capasso, «il gran vegliardo», come amavano chiamarlo coloro che più gli
erano vicini, o «il padre della storia napoletana», quale lo consideravano gli eruditi e gli studiosi entro
e fuori i confini d’Italia? E perché Frattamaggiore, in provincia di Napoli, considerandolo, a giusto
titolo, un proprio figlio, gli ha intitolato una Scuola, gli ha dedicato una delle sue strade più belle e lo
ha ricordato nell’ottantesimo anniversario della sua morte?
Bartolommeo Capasso vide la luce in Napoli il 22 febbraio 1815, nel quartiere di Porto, nella casa di
proprietà paterna, al n. 15 della via Principessa Margherita, all’epoca denominata supportico
Caiolari.
Entrambi i genitori erano frattesi: il padre, Francesco, era un ricco commerciante di canapa; la madre,
Maria Antonia Patricelli, fu un «raro esempio di cristiane e domestiche virtù», come egli ebbe a
definirla dedicandole, nel 1846, la «Topografia storico archeologica della Penisola Sorrentina e la
raccolta di antiche iscrizioni, edite ed inedite, appartenenti alla medesima».
Bartolommeo rimase orfano di padre all’età di sei anni. Iniziò i suoi studi nel seminario di Napoli e
li completò in quello di Sorrento ove la famiglia si trasferì a seguito delle seconde nozze della madre
con Salvatore Carvello, facoltoso proprietario sorrentino.
Il giovanetto diede ben presto prova di talento eccezionale, soprattutto per la padronanza acquisita
nelle lingue latina e greca e per l’appassionata approfondita conoscenza della storia antica, della
quale amava discutere rivelando una capacità critica assolutamente nuova in quei tempi e nell’ambiente
ove viveva e studiava.
A 18 anni, uscito di tutela, intraprese un lungo viaggio attraverso l’Italia, insieme all’amico Luigi
Cangiano, viaggio avente un duplice scopo: innanzitutto completare e rafforzare la propria cultura,
dall’altro avere conferma delle gravi carenze da lui rilevate nel campo della ricerca storiografica
nelle province meridionali.
Non che fosse mancato nel Mezzogiorno d’Italia l’interesse per gli studi storici o che esso si fosse
manifestato solamente in tempi recenti: sin dal ‘500 erano apparse opere a scopo divulgativo, a
carattere generale, non solo, ma anche trascrizione di documenti d’archivio, pubblicazione di cronache,
di manoscritti: basterà ricordare, per accostarci al tempo del Capasso, l’opera del Muratori e
quella del Giannone.
Siamo, tuttavia, ben lontani dall’approfondita analisi, dalla serrata critica che la ricerca storica,
scientificamente intesa, porrà in atto. «Il secolo nostro - scriverà Michelangelo Schipa - non ricevette
dalle età precedenti che un materiale scarso, insicuro, sovrabbondante di scoria» (1). E Carlo Troya,
che sarà, col Capasso, il grande innovatore degli studi storici meridionali, in una lettera al fratello Ferdinando
del 14 febbraio 1828, poneva in evidenza l’insufficienza e la superficialità della cultura storica nel Regno
delle due Sicilie di fronte agli approfonditi studi che in quegli anni venivano condotti in Francia, Germania,
Lombardia intorno ad una questione che ci riguardava tanto da vicino: la condizione degli italiani
sottomessi dai Longobardi: «Di tutti questi libri, e di molte notizie intorno a tali materie non avrei
neppure il sospetto se non fossi venuto a Firenze, dove si leggono giornali di tutte le lingue», scriveva
il Troya.
Quale fosse l’atteggiamento dei Borboni di fronte alla cultura e come, per essi, fosse essenziale impedire
l’ingresso nel Regno di opere pubblicate in altre parti d’Italia o, peggio, d’Europa, perché tutte, a
loro avviso, maleodoranti di liberalismo, è noto, per cui era veramente arduo, all’epoca, per chi
ne avesse volontà e possibilità, erudirsi.
Il Troya, continuando la coraggiosa battaglia intrapresa, pubblicava, nel 1832, sul «Progresso» un saggio
già eloquente nel titolo: «Delle collezioni storiche più necessarie a chi scrive storie d’Italia». Perché,
egli si chiedeva, gli archivi di Firenze o di Torino non sono chiusi agli studiosi; perché il Bluhme, il
Pertz, con l’aiuto morale e materiale della parte migliore dell’intelligenza tedesca, ricercano, analizzano,
riordinano, pubblicano documenti fondamentali per la conoscenza dell’Italia e degli italiani, mentre
ciò a Napoli non è consentito?
Fu così che, per reagire all’immobilismo, per consentire anche al Mezzogiorno di inserirsi nel nuovo,
grande filone degli studi storici, nel 1844, Carlo Troya diede vita ad una società storica, primo nucleo
della futura società di Storia Patria. Il nuovo organismo era diviso in settori di studio, ciascuno diretto
da un responsabile di particolare competenza, il quale aveva facoltà di scegliere i propri
collaboratori.
Il Capasso aveva allora 29 anni e nulla di suo era stato ancora pubblicato; tuttavia la sua preparazione,
le sue capacità, la severità che poneva negli studi erano, ben noti al Troya, che volle affidargli la
direzione del settore dedicato alla ricerca ed al riordinamento dei documenti riguardanti Alfonso
d’Aragona, detto il Magnanimo.
La società durerà solamente tre anni: sarà sciolta dall’autorità nel 1847, perché non poteva consentirsi
la pubblicazione di documenti, senza il preventivo visto della censura! Saranno però tre anni fecondi
di risultati: non solo vedranno la luce le «Tavole amalfitane» ed il «Codice diplomatico longobardo»,
ma una schiera di giovani compirà le prime serie esperienze nella ricerca condotta razionalmente e
sistematicamente (2).
Bartolommeo darà, così, l’avvio a quel metodico studio della Napoli antica, esaminata minuziosamente
nelle leggi, negli usi, nei costumi, nella lingua, nelle costruzioni, anche non monumentali. La sua modesta
casa del Largo Santa Maria La Nova, ove abitò fino al 1877, fu la sede del suo costante, paziente e
sapiente lavoro quotidiano, sede dalla quale si allontanava solamente talvolta di sera per passare
qualche ora con gli amici in un caffè, al Largo S. Domenico, sotto il palazzo Casacalenda, amici
quali Luigi Palmieri, Giuseppe de Cesare, Salvatore de Renzi, tutti di sentimenti liberali.
Nello stesso anno, 1844, Bartolommeo aveva sposato una ragazza diciannovenne, Agata Panzetta, la
quale fu per lui carissima ed affettuosa compagna. L’anno successivo perdeva la madre, alla quale
era profondamente legato.
Nel 1846 pubblicava il suo primo lavoro, la «Topografia storico-archeologica della penisola sorrentina»,
già precedentemente citata, edita da un noto libraio del tempo, suo cugino, Domenico Capasso.
Nel 1848, l’anno delle rivolte durante il quale anche Napoli fu teatro di insurrezioni, di scontri e di
episodi sanguinosi, Bartolommeo, che pure era, per temperamento, particolarmente docile ed alieno
da ogni forma di violenza, sfuggì per un pelo ad una retata della polizia borbonica nel caffè del Largo
San Domenico, retata nella quale cadde, invece, un suo giovane parente, Vincenzo Capasso, noto
liberale, figlio del libraio Domenico; il poverino rimase lungamente in carcere, dal quale fu dimesso
moribondo.
Furono mesi di preoccupazioni e di ansie anche per Bartolommeo, tanto che, temendo una perquisizione
da parte della polizia borbonica, «taluni suoi amici e parenti, i quali ben conoscevano che il Capasso
conservava parecchie stampe e scritture relative ai fatti del 1799, ed alla vita di tanti uomini menati
al patibolo, forse anche ad istanza della moglie malata, [...] nascostamente le tolsero e le bruciarono.
Perdita irreparabile. Ed il Capasso, di questo fatto avvenuto a sua insaputa, rimase sempre accorato
e dolente» (3).
Proprio in quei giorni del ‘48 gravi di ansie e di paura, la vita di Bartolommeo era allietata dalla nascita
del primo ed unico figlio maschio (avrà poi due femmine, Erminia e Giulia). Al bambino fu posto il
nome di Francesco, in memoria del nonno. La gioia fu, però, di breve durata: il piccolo si rivelò ben
presto, particolarmente fragile e malaticcio, forse proprio in conseguenza delle gravi ansie fra le quali
era venuto alla luce, tanto che morrà meno di cinque anni dopo. Il dolore per tale perdita angustierà
il padre sino alla fine dei suoi giorni.
Sta, però, per cominciare il periodo della vigorosa maturità del Capasso; pochi mesi prima della
morte del figlio erano state pubblicate le sue «Memorie storiche della Chiesa sorrentina» e pochi
mesi dopo quell’aureo saggio che è «Sull’antico sito di Napoli e Palepoli», dedicato al figlioletto
scomparso.
Quest’ultimo saggio offre, fra l’altro, una prova dell’infinita modestia della quale Bartolommeo era
animato: egli pone al lavoro il sottotitolo di «Dubbi e congetture», mentre, in effetti, conclude
positivamente un lungo periodo di ricerche e di studi sul dibattuto argomento.
Nello stesso anno, 1855, vede la luce «La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751,
ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso», il lavoro, che diede lustro
al Capasso in Italia e fuori, additandolo come un maestro nel campo della più minuziosa ed erudita
critica storica. La famosa Cronaca di Ubaldo, sulla cui veridicità tanti avevano giurato, viene
sistematicamente demolita e la storia del Ducato autonomo napoletano, dal 717 al 1027, quasi
del tutto ricostruita, sulle basi rigorosissime di indagini scientificamente condotte.
Ma già nel 1854 egli ha avvertito i primi sintomi dell’indebolimento della vista, indebolimento che
andrà progressivamente aggravandosi con gli anni, fino a portarlo alla cecità totale. Tuttavia ciò
non lo indurrà a tralasciare gli studi o a rallentarli, al contrario gli darà maggior lena.
Intanto i più noti studiosi europei verranno in contatto con lui e lo avranno carissimo; fra i tanti,
ricordiamo Vito Fornari, Alfonso Capecelatro, il Mommsen, il Vinkelmann, il Fischer, l’Hirsch, il
Gregorovius.
Altro punto fermo il Capasso pose sui Diurnali di Matteo Spinelli da Giovinazzo, già timidamente
confutati dal Capecelatro e dal marchese di Sarno e violentemente attaccati nel 1868 dal tedesco
Guglielmo Bernhardi. Il Capasso sottopose a serrata critica la cronaca pugliese, dimostrandone
la falsità con la Memoria «Sui diurnali di Matteo da Giovinazzo» e, tornando, più tardi, sull’argomento
con il lavoro «Ancora sui diurnali di Matteo da Giovinazzo».
La Società di studi storici, che l’oscurantismo borbonico aveva soffocata nel 1847, poteva rinascere
nel mutato clima dell’Italia unita: nel 1876 il Capasso, con Giuseppe de Blasis, Camillo Minieri
Riccio, Benedetto Croce ed altri fondava la Società Napoletana di storia Patria, tuttora esistente,
istituzione della quale fu prima vice presidente e poi presidente dal 1883 alla morte.
Fondò altresì l’Archivio Storico per le Province Napoletane; fu socio delle maggiori Accademie
italiane e straniere del tempo, fu dal 1875 al 1900 presidente della Società Reale di Archeologia
e Belle Arti.
Nel 1881 apparve il primo volume dell’opera che è universalmente giudicata il suo capolavoro
ed uno degli studi fondamentali per quanti vogliono accostarsi alla ricerca storica, scientificamente
intesa, o, più semplicemente, approfondire le conoscenze della storia medioevale napoletana: i
«Monumenta ad Neapolitani Ducatus pertinentia quae partim nunc primum, partim iterum
typis vulgantur cura et studio B. C. cum eiusdem notis ac dissertationibus». L’opera, in tre
volumi (il secondo fu pubblicato nel 1885, il terzo nel 1892), condensa tutto quanto ancora era
reperibile negli archivi intorno al Ducato Napoletano, con una miriade di note dottissime, con un rigore
scientifico da non lasciare adito a dubbi di sorta. Il capolavoro fu poi completato con la pubblicazione
della «Carta Corografica del Ducato nell’XI secolo».
«Importantissima fra l’altre - scriverà il de la Ville sur Yllon - l’esatta indicazione dei due porti
napoletani, accennata vagamente fino allora dai patri autori, cioè il «Portus de Arcina» ed il «Portus
Vulpulum», che arrivava fino a metà dell’attuale Piazza Municipio; ed il risultato fu la possibilità
di eseguire quella bellissima pianta di Napoli che nessuna città d’Italia possiede per
quell’epoca» (4).
Il lavoro fu condotto dal Capasso con tale minuziosa precisione che il «circuito delle mura di
Napoli da lui disegnato ed accertato colla scorta dei documenti, riuscì di soli metri tre e centimetri
venti inferiore alla misura fattane fare da re Ruggiero nel 1140, secondo narra il cronista Falcone
Beneventano» (5).
Nasce, pertanto, con Bartolommeo Capasso nel sud d’Italia una rinnovata metodologia di studi
storici, condotta sulla scorta della tematica enunciata nel 1832 da Carlo Troya, che aveva
giustamente ammonito «essere vana e temeraria impresa voler dettare storie italiane senza sapere
a quali fonti attingere». In tale ottica vanno ricordate altre sue opere fondamentali, quali: «Le fonti
della storia delle Province Napoletane dal 568 al 1500»; la «Novella di Ruggiero re di Sicilia e di
Puglia promulgata in greco nel 1150, con la traduzione latina»; lo studio «Sul catalogo dei feudi e
dei feudatari delle province napoletane sotto la dominazione normanna»; la «Storia esterna delle
Costituzioni del regno di Sicilia promulgate da Federico II»; il «Catalogo ragionato dei libri,
registri e scritture esistenti nella sezione antica o prima serie dell’Archivio Municipale di Napoli
(1387-1806)»; l’«Inventario cronologico sistematico dei Registri Angioini conservati nell’Archivio
di Stato di Napoli» ... e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Emerge da ciò la preminente importanza del Capasso nel campo della sistematica ricerca
d’Archivio. Egli fu un «maestro» nel senso pieno della parola, anche se non ebbe di fatto alcuna
cattedra dalla quale impartire l’insegnamento. Fu professore onorario dell’Università di Napoli;
professore honoris causa dell’Università di Heidelberg; accademico dei Lincei; collaboratore e
corrispondente delle più importanti riviste tedesche di archeologia e di storia; membro della consulta
araldica; deputato di storia patria per la Toscana, l’Umbria e le Marche. Non ebbe alcuna cattedra
ufficiale, dicevamo, ma intorno a lui fiorì un’autentica scuola di giovani ricercatori, che ha contribuito
e contribuisce a tenere alto il prestigio degli studi storici nell’Italia meridionale.
Ricordiamo, fra gli altri, Carlo Luigi Torelli, letterato insigne di Apricena (Foggia) (1863-1918), il
quale godé della stima e dei consigli sapienti di Don Bartolommeo, «vecchio venerando, in cui è
dubbio se fosse più grande la dottrina o l’umiltà o la dolcezza del costume» (6), nonché due
emeriti studiosi, profondamente legati a Frattamaggiore: Gaetano Capasso, che qui vide la luce nel 1854
e morì a Milano nel 1923 (di lui ricordiamo l’approfondito studio su Paolo Sarpi) ed il figlio di
questi, Carlo, nato a Pisa nel 1879 e morto a Napoli, ove era titolare di Storia Economica presso
l’Università, nel 1933; egli fu autore di opere di vasto respiro, alcune tradotte in varie lingue,
quali: «La Polonia e la Guerra Mondiale», «L’Italia e l’Oriente», «La Restaurazione e la Santa
Alleanza» e, la più famosa, «Paolo III Farnese»; svolse anche approfondite ricerche sui Capasso
e sulle origini di Frattamaggiore (7).
Nel 1882 accettò, dopo notevoli insistenze, la carica di Sovrintendente dell’Archivio di Stato di
Napoli: «Ai 13 di luglio 1882, sul mezzodì, gli Archivisti di Stato furono raunati nella grande sala
della Soprintendenza perché il Prefetto di Napoli, Conte Sanseverino, doveva loro presentare il
nuovo sopraintendente Bartolommeo Capasso. Il Conte fece di lui gli elogi meritati ...; Don
Bartolommeo, che nelle occasioni solenni o ufficiali perdeva la parola, fece alla meglio intendere,
che rendeva grazie al Governo per l’alto uffizio conferitogli ed ... accettava con lieto animo ...
perché in relazione cogli studi presi e perché si trovava con amici di antica conoscenza»: così il
Faraglia su «Napoli Nobilissima» (8).
Troppo lungo sarebbe ricordare nei dettagli l’enorme lavoro da lui compiuto all’Archivio di Stato
di Napoli; basti pensare che riportò alla luce fasci di pergamene abbandonate, interpretandoli e
dando loro sistematica collocazione; divise gli atti anteriori al 1806 da quelli posteriori ed i primi
riordinò in tre categorie: Città in generale ed in relazione alla suprema autorità dello Stato; Tribunale
di S. Lorenzo e sue dipendenze; Tribunali e deputazioni ordinarie e straordinarie. L’enorme mole
di lavoro compiuto e gli indirizzi da seguire in avvenire sono contenuti nella dotta relazione da lui
presentata al Ministro dell’Interno nel 1899, quando la cecità, più che il peso degli anni, lo
costrinse a lasciare l’incarico.
Già in occasione dell’ottantesimo compleanno, durante la solenne cerimonia alla Società di Storia
Patria, con la quale Napoli volle onorarlo, egli non aveva potuto leggere una sua relazione sulle
biblioteche pubbliche e private di Napoli ed aveva pregato il marchese di Montemayor di farlo,
per lui. Così Salvatore di Giacomo ricorda quella sera memoranda: «Bartolommeo Capasso
compiva, in quel giorno, l’ottantesimo anno suo e questa produttiva, gloriosa, veneranda senilità
era quella propria che raccoglieva tutti noialtri, commossi, nella bella sala luminosa. Il grande
maestro di tutti coloro che han fatto e van facendo cose degne di attenzione e non inutili, l’avviatore
della gioventù volenterosa per la via della ricerca costante, quell’esemplare di antica bontà mescolata
e immedesimata con le forme ultime dello studio esatto, sedeva al banco di presidente». E più oltre:
«Tutti [...] hanno ed avranno sempre davanti agli occhi della loro mente il vecchio glorioso che ha
detto lor, sorridendo: Lavorate pel luogo ove nasceste» (9).
Bartolommeo Capasso lavorò tanto e con tanto successo per il luogo, ove nacque, Napoli, ma
ebbe ugualmente cari altri due luoghi, Sorrento, ove aveva trascorso la fanciullezza e la prima
giovinezza,e dove aveva condotto studi importanti, fra cui, oltre quelli già citati, il notissimo «Il
Tasso e la sua famiglia a Sorrento», e la nostra Frattamaggiore, ove manteneva rapporti costanti
con i parenti paterni e materni, ove aveva amici, ove fu più volte presente, quale prezioso
consigliere, durante i restauri del monumentale Tempio di S. Sossio nel 1894; né va dimenticato
che egli compì ricerche intorno alle origini di Frattamaggiore ed agli atti della traslazione dei Santi
Severino e Sossio, sottoponendo ad attento esame gli Acta Sanctorum dei Bullandisti ed in
particolare, per S. Sossio, quelli di Giovanni Diacono (10).
Napoli apprese, con profonda emozione, la fine del suo storico più insigne, colui che aveva fatto
rivivere Masaniello ed i suoi tempi, che aveva tratto dall’oblio memorie aragonesi ed angioine di
somma importanza, che aveva ridato lustro e gloria all’antico Ducato Napoletano, l’unico studioso
che con l’originale lavoro «Nuova interpretazione di luoghi oscuri e difficili dei latini scrittori tentata
coll’aiuto del dialetto napoletano» aveva realizzato un’impresa ardita e difficilissima, soprattutto
colui che, come dirà il Del Giudice, non era mai stato «invidiato, mai malignato, mai calunniato»,
colui che era stato da tutti «venerato fino all’ultimo momento della sua vita».
La sua fatica era stata immensa ed aveva toccato tutti i settori delle scienze storiche: archeologia,
topografia, storia dell’arte, storia letteraria, storia politica; la bibliografia che lo riguarda è enorme:
ben 102 lavori, ultimo dei quali «Napoli greco-romana», pubblicato postumo dalla Società di
Storia Patria, a cura di Giulio De Petra, opera d’importanza fondamentale perché ci ha tramandato
memorie antichissime, che il piccone del pur benemerito Risanamento aveva minacciato di annullare
per sempre.
«Desidero funerali modestissimi, come modestissimamente vissi. Sola pompa l’accompagnamento
dei poveri di S. Gennaro ed un carro di seconda classe. Non fiori né discorsi, perché della
benevolenza dei miei concittadini ho avuto troppe pruove anche superiori ai miei meriti ...»: così
le sue ultime volontà.
Qualche giorno dopo, Benedetto Croce, suo amico e discepolo, scriverà di lui: «... se il Capasso
[...] ha lavorato nell’indirizzo più rigoroso della critica moderna; e di questa anzi è stato l’iniziatore
nel campo storico dell’Italia meridionale; se ha dato molteplici prove di essere affatto libero da
quei pregiudizi locali produttori di conscie od inconscie falsificazioni o difese di falsificazioni, sapendo
sacrificare quando occorreva all’amor del vero gl’idoli dei primati; se ha educato una larga schiera
di ricercatori storici e fecondato la società di Storia Patria; nel suo modo poi di concepir la storia
di Napoli era un uomo d’altri tempi; un superstite della vita regionale napoletana del Sei e Settecento.
Dai suoi libri, fiumi di aurea erudizione, si apprenderà sempre; il suo metodo critico è da sperare
sia continuato; ma chi potrà rifare il sentimento che si spegne con l’uomo, quel sentimento di cui
egli era l’ultimo erede?» (11).
Bibliografia di tutte le opere e gli scritti di Bartolommeo Capasso
I - Storia dell’Arte, Archeologia, Topografia.
1. Topografia storico-archeologica della Penisola Sorrentina, Napoli, 1846.
2. Memorie storiche della Chiesa Sorrentina, Napoli, 1854.
3. Sull’antico sito di Napoli e Palepoli, Napoli, 1855.
4. La piazza del Mercato di Napoli e la casa di Masaniello, Napoli, 1868.
5. L’abside dell’antica basilica di S. Giorgio Maggiore in Napoli, Napoli, 1881.
6. Napoli Greco-romana (pubblicazione postuma curata da Giulio De Petra per la SOCIETA’
NAPOLETANA DI STORIA PATRIA), Napoli, 1905.
In «BOLLETTINO ARCHEOLOGICO NAPOLETANO»:
7. Nuove Iscrizioni Sorrentine, anno V, Napoli, 1857.
In «RENDICONTO DELLE TORNATE DELL’ACCADEMIA PONTANIANA»:
8. Nuova interpretazione di alcuni luoghi oscuri e difficili di latini scrittori tentata con
l’aiuto del dialetto e dei costumi napoletani, anno, IV, Napoli, 1858.
9. Sulla casa di Pietro della Vigna in Napoli, anno VII, Napoli, 1859.
10. Nuova dichiarazione dell’iscrizione sorrentina dedicata a Fausta, anno X, Napoli, 1882.
11. Notizia di alcune iscrizioni abruzzesi tuttora inedite e nuova spiegazione del vocabolo
Majoriarius, anno XIV, Napoli, 1866.
12. La famiglia di Masaniello, Vol. XXIII, Napoli, 1875.
In «ATTI DELL’ACCADEMIA PONTANIANA»:
14. Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica e sulla popo1azione della città di Napoli
dalla fine del secolo XIII al 1809, Vol. XV, Napoli, 1883.
In «ARCHIVIO STORICO PER LE PROVINCIE NAPOLETANE»:
15. Notizia su alcuni avanzi dell’antico lastricato di Napoli rinvenuti nel vicolo S. Nicola
dei Caserti, Vol. I, Napoli, 1876.
16. Sulla spogliazione delle Biblioteche napolitane nel 1718, Vol. III, Napoli, 1878.
17. Sull’aneddoto riguardante gli affreschi del Cav. Calabrese sopra le porte di Napoli,
Vol. III, Napoli, 1878.
18. L’epitaffio di Cesario Console di Napoli, Vol. IV, Napoli, 1879.
20. La fontana dei Quattro del Molo di Napoli, Vol. V, Napoli, 1880.
20. Appunti per la storia delle arti in Napoli, Vol. II, Napoli, 1881.
21. Napoli descritta nei principi del secolo XVII da Giulio Cesare Capaccio, Vol. VIII,
Napoli, 1882.
22. Notizie di alcune osservazioni fatte dal dottor Carmelo Mancini intorno all’iscrizione
di un tegolo di Campomarino, Vol. VIII, Napoli, 1883.
23. La Vicaria Vecchia, Vol. XIV, Napoli, 1889.
24. Pianta della città di Napoli nel secolo XI, Vol. XVI, Napoli, 1891.
25. Notizie intorno alle artiglierie appartenenti alla città di Napoli dal secolo XV fino
al 1648, Vol. XXI, Napoli, 1896.
In «ATTI DELL’ACCADEMIA DI ARCHEOLOGIA, LETTERE E BELLE ARTI»:
26. Notizie di alcune iscrizioni Formiane recentemente ritrovate, Vol. V, Napoli,
1870-71.
In «CATALOGO DEL MUSEO CIVICO GAETANO FILANGIERI»:
27. Il Palazzo Como, Napoli, 1888.
In «STRENNA GIANNINI»:
28. La torre di Arco e la casa del Pontano in Napoli, anno IV, Napoli, 1892.
29. La casa e la famiglia di Masaniello, anno V, Napoli, 1893.
In «NAPOLI NOBILISSIMA»:
30. Il palazzo dei Diaz Garlon, poi di S. Marco, Vol. II, Napoli, 1893.
31. La denominazione delle torri di Napoli nella murazione aragonese e viceregnale,
Vol., II, Napoli, 1893.
32. Il palazzo di Fabrizio Colonna a Mezzocannone, Vol. III, Napoli, 1894.
33. L’epitaffio del Mercato e la fontana della Sellaria (1647-1650-1889), Vol. VI,
Napoli, 1897.
In «ECO DI S. AGOSTINO»:
34. I codici della Biblioteca di S. Giovanni a Carbonara di Napoli dei PP. Eremitani di S.
Agostino spediti a Vienna nel 1718, Vol. IV, Napoli, 1890.
II - Ricerche di Archivio e critica delle fonti storiche.
35. La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente
e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.
36. Catalogo ragionato dei libri, registri e scrittura esistenti nella sezione antica o prima
serie dell’Archivio Municipale di Napoli (1387-1806), PARTE I, Napoli, 1875.
37. PARTE II, Napoli, 1899.
38. Gli archivi e gli studi paleografici e diplomatici nelle provincie meridionali fino al 1818,
Napoli, 1885.
39. Inventario cronologico sistematico dei Registri Angioini conservati nell’Archivio di
Stato di Napoli, Napoli, 1894.
40. L’Archivio di Stato in Napoli dal 1883 fino a tutto il 1898, Napoli, 1899.
In «ARCHIVIO STORICO PER LE PROVINCIE NAPOLETANE»:
41. Le fonti della storia delle provincie napoletane dal 568 al 1500, Vol. I, Napoli,
1876.
42. Le Cronache de li antiqui Re del Regno di Napoli di D. Gaspare Fuscolillo, Vol. I,
Napoli, 1877.
43. Il Regesto della Badia di Tremiti, codice del sec. XIII della Biblioteca Nazionale di
Napoli, Vol. I, Napoli, 1896.
44. Breve Cronaca dal 2 giugno 1543 al 25 maggio 1547 di Geronimo de Spenis da
Frattamaggiore, Vol. II, Napoli, 1877.
45. Indicazione delle fonti della storia delle provincie napoletane dal 568 al 1077, Vol. V,
Napoli, 1880.
46. Due scritture riguardanti la storia napoletana nella seconda metà del secolo XIV, Vol.
VI, Napoli, 1881.
47. Sull’autenticità del testamento di S. Amato, vescovo di Nusco, 1093, Vol. VI, Napoli,
1881.
48. Un nuovo manoscritto, dei giornali che vanno sotto il nome di Giuliano Passaro, Vol.
VII, Napoli, 1882.
49. Nuovi volumi di Registri Angioini ora formati con quaderni e fogli che già esistevano
dimenticati e confusi nell’Archivio di Stato in Napoli, Vol. X, Napoli, 1885.
50. I Registri Angioini dell’Archivio di Napoli che erroneamente si credettero finora
perduti, Vol. XII, Napoli, 1887.
51. Notizie storiche tratte dai documenti angioini conosciuti col nome di Arche, Vol. XXI,
Napoli, 1896.
III - Storia politico-letteraria
52. Le leggi promulgate dai re Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1862.
53. Il Tasso e la sua famiglia a Sorrento, Napoli, 1866.
54. Historia diplomatica regni Siciliae inde ab anno 1250 ab annum 1266, Napoli, 1874.
55. Monumenta ad Neapolitani Ducatus historiam pertinentia quae partim nunc primum,
partim interum typis vulgantur cura et studio B. C. cum ejusdem notis ac dissertationibus,
Tomus I, Napoli, 1881.
56. Tomus II, pars prior, Napoli, 1885.
57. Tomus II, pars altera, Napoli, 1892.
58. Pietro della Vigna: osservazioni e documenti, Caserta, 1882.
59. Sull’uso del diritto romano e longobardo nelle provincie napoletane sotto l’impero delle
leggi di Federico II (premessa all’opera di F. BRANDILIONE, Il diritto, romano nelle leggi
normanne e sveve del Regno di Sicilia), Roma, 1884.
60. Sorrento e Torquato Tasso, Napoli, 1895.
61. Torquato, Tasso a Napoli, Napoli, 1895.
62. Sui diurnali di Matteo da Giovinazzo, Firenze, 1895.
63. Cenno storico della città di Montepeloso (inedito).
In «RENDICONTO DELLE TORNATE DELL’ACCADEMIA PONTANIANA»:
65. Sul vero cognome del Cariteo antico Pontaniano, anno V, Napoli, 1857.
66. Breve nota alla memoria del Professor Lates sopra un punto dell’antica legislazione
penale del cessato Reame di Napoli, anno IX, Napoli, 1861.
In «ATTI DELL’ACCADEMIA PONTANIANA»:
67. Novella di Ruggiero re di Sicilia e di Puglia, promulgata in Greco nel 1150, per la
prima volta edita dai codici delle biblioteche di S. Marco in Venezia e Vaticana in Roma
con la traduzione latina, Vol. IX, Napoli, 1867.
68. Sulla storia esterna delle costituzioni del regno di Sicilia promulgata da Federico
II, Vol. IX, Napoli, 1869.
In «ARCHIVIO STORICO PER LE PROVINCIE NAPOLETANE»:
69. Sulla poesia popolare in Napoli, Vol. VIII, Napoli, 1883.
70. Il Pactum giurato dal Duca Sergio ai Napolitani, 1030?, Vol. IX, Napoli, 1884.
71. Masaniello ed alcuni di sua famiglia effigiati nei quadri, nelle figure e nelle stampe
del tempo. Note storiche, Vol. XXII, Napoli, 1897.
In «ATTI DELL’ACCADEMIA DI ARCHEOLOGIA, LETTERE E BELLE ARTI»:
72. Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione
normanna, Vol. IV, Napoli, 1868.
73. Sui diurnali di Matteo da Giovinazzo, Vol. IV, Napoli, 1871.
74. Sull’epoca della morte di S. Benedetto e sull’era benedettina di alcune cronache
napoletane dei mezzi tempi, Vol. IX, Napoli, 1879.
75. Ancora i diurnali di Matteo da Giovinazzo, Vol. XVII, Napoli, 1895.
74. Nuova interpretazione di alcuni luoghi delle satire di Orazio, Vol. XIII, Napoli,
1888.
In «STRENNA GIANNINI»:
76. La strenna di Lucrezia d’Alagno, anno I, Napoli, 1882 (ristampata negli anni 1883,
1884 e 1893).
77. Re Alfonso I d’Aragona e Masto Francisco Sartore alla Sellaria in Napoli, 1443,
anno II, Napoli, 1883 (ristampato negli anni 1883, 1884 e 1893).
In «GIORNALE NAPOLETANO DI FILOSOFIA E LETTERE»:
78. Sopra un luogo di Flavio Vopisco, uno degli scrittori della storia Augusta: studio
filologico, Vol. I, Napoli, 1875.
In «PLUTARCO» (rassegna storica):
79. L’entrata degli Spagnuoli nei quartieri sollevati di Napoli a 6 aprile 1648, anno
I, fasc. I, Napoli, 1884.
IV - Scritti vari.
80. Prefazione alla Bibliografia storica della provincia di Terra di Bari di LUIGI
VOLPICELLA, Napoli, 1884.
81. Prefazione a I Napoletani a Lepanto di LUIGI CONFORTI, Napoli, 1886.
In «RENDICONTO DELLE TORNATE DELL’ACCADEMIA PONTANIANA»:
82. Elogio del cav. D. Giuseppe de Cesare, anno, V, Napoli, 1856.
83. Intorno alle Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana del canonico
PAESANO, anno VI, Napoli, 1858.
84. Notizia dell’opera Il secolo XIII e Giovanni da Procida del cav. S. DE RENZI, anno
IX, Napoli, 1851.
In «ARCHIVIO STORICO PER LE PROVINCIE NAPOLETANE»:
85. Recensione del libro Storia della carità napoletana di T. RAVASCHIERI FIESCHI,
Vol. II, Napoli, 1877.
86. Recensione del libro Memorie della vita e del culto del B. Nicolò eremita di S. Maria
a Circolo di Napoli di G. A. GALANTE, Vol. II, Napoli, 1877.
87. Necrologia di Luigi Cangiano, Vol. VI, Napoli, 1881.
88. Necrologia di Camillo Minieri-Riccio, Vol. VII, Napoli, 1882.
89. Manoscritti e pergamene, Vol. VII, Napoli, 1882.
90. Commemorazione di Scipione Volpicella, Vol. VIII, Napoli, 1883.
91. Relazione all’Assemblea generale della Società di Storia Patria (30 gennaio, 1888),
Vol. XIII, Napoli, 1888.
92. Recensione del libro Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi di V. BINDI, Vol.
XVI, Napoli, 1891.
93. Relazione all’Assemblea generale della Società di Storia Patria (21 febbraio 1891),
Vol. XVI, Napoli, 1891.
94. Relazione all’Assemblea generale della Società di Storia Patria (9 aprile 1892),
Vol. XVII, Napoli, 1892.
95. Commemorazione di Gaetano Filangieri Principe di Satriano, Vol. XVII, Napoli,
1892.
96. Relazione all’Assemblea generale della Società di Storia Patria (16 marzo 1893),
Vol. XVIII, Napoli, 1893.
97. Relazione all’Assemblea generale della Società di Storia Patria (23 febbraio, 1895),
Vol. XX, Napoli, 1895.
In «GIAMBATTISTA BASILE, ARCHIVIO DI LETTERATURA POPOLARE»:
98. Credenze e costumanze popolari ora dismesse, anno I, Napoli, 1883.
99. Ottave di Velardiniello, anno III, Napoli, 1885.
100. Necrologia di Francesco Bourcard, anno IV, Napoli, 1885.
101. Un bacio perduto, anno VII, Napoli, 1889.
102. L’aggettivo femminile «bona» attribuito a donna presso i Romani nel senso del
dialetto napoletano, anno VIII, Napoli, 1892.
Note:
(1) MICHELANGELO SCHIPA. Il Capasso e la storia medioevale
dell’Italia meridionale, in «Napoli nobilissima», vol. IX, fasc. III.
(2) GIULIO PETRONI, Della vita e delle opere del commendatore
Luigi Volpicella, Napoli, 1883.
(3) GIUSEPPE DEL GIUDICE, In ricordo di Bartolommeo Capasso,
Napoli, 1902.
(4) LUDOVICO DE LA VILLE SUR YLLON, Il Capasso e la
storia della città di Napoli, in «Napoli Nobilissima», vol. IX, fascicolo III, Napoli, 1900.
(5) LUDOVICO DE LA VILLE SUR YLLON, op. cit.
(6) N. PITTA, Carlo Luigi Torelli nella vita e nelle opere, Guzzetti
Editore, Vasto, 1923.
(7) S. CAPASSO, Frattamaggiore, Studio di propaganda editoriale,
Napoli, 1944.
(8) N. F. FARAGLIA, Il Capasso archivista, in «Napoli
Nobilissima», vol. IX, fascicolo III, Napoli, 1900.
(9) S. DI GIACOMO, Alla Società di Storia Patria, in «Napoli
Nobilissima», vol. IV, fascicolo I, Napoli, 1894.
(10) B. CAPASSO, Le fonti della storia delle Province
Napoletane (dal 568 al 1500), Ed. Marghini, Napoli, 1902. Ristampa dell’Edit. Forni,
Bologna, 1967.
(11) B. CROCE, Il Capasso e la storia regionale, in «Napoli
Nobilissima», vol. IX, fascicolo I, Napoli 1900.