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CIVILTA’ CAMPANA
COLLANA DI STUDI STORICI, ARCHEOLOGICI, FOLCLORICI, SOCIALI
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CLAUDIO FERONE
CONTRIBUTO ALLA TOPOGRAFIA
DELL’AGER CAMPANUS!
I MONUMENTI PALEOCRISTIANI NELLA ZONA
DI S. MARIA CAPUA VETERE
ISTITUTO DI STUDI ATELLANI
Tip. Cirillo – Frattamaggiore – Corso Durante 164 – Tel. 8806600
A mio padre
INTRODUZIONE
Col presente lavoro mi propongo di offrire, nei limiti, beninteso, delle possibilità offerte dai dati
archeologici, una sintesi compiuta dei monumenti e delle memorie di culto dei primi tempi del
Cristianesimo nella zona dell’attuale S. Maria Capua Vetere, estendendo l’indagine alle zone
suburbane ed extraurbane, entro limiti cronologici ben precisi, e cioè fino al V sec. d.C.
Non poche sono state le difficoltà incontrate per i motivi che mi accingo ad esporre:
a) la mancanza di studi sistematici e aggiornati di ordine archeologico e topografico, relativamente
ai monumenti cristiani della zona in oggetto;
b) sconvolgimento del terreno operato dall’uomo nel corso dei secoli che ha mutato notevolmente
l’antico assetto urbanistico del territorio;
c) la mancanza di scavi specifici anche nelle zone dove la tradizione scritta segnalava l’esistenza
di cimiteri, luoghi di culto e, in genere, monumenti cristiani;
d) il monopolio, potremmo dire, esercitato dagli scavi dell’abitato preromano e romano dell’antica
Capua.
Quanto al primo punto dirò semplicemente che le uniche opere che tentano un’indagine compiuta
sui monumenti paleocristiani dell’antica Capua sono quelle degli studiosi dei secoli XVII e XVIII
con tutti i limiti tipici delle indagini archeologiche di quei secoli; un’eccezione è forse costituita
dall’opera di Michele Monaco (1) che può essere utilizzata con una certa serenità e che è comunque
utilissima per le notizie contenute in essa.
Per il secondo punto basti pensare alle vicende della città di Capua alla fine dell’Impero Romano;
alle devastazioni operate da Genserico nel 456, di cui ci ha lasciato un drammatico racconto Paolo
Diacono (2), sia pure nella esagerazione di certe espressioni che indubbiamente hanno solo un valore
retorico, seguì l’altra grave, e questa volta, definitiva distruzione dell’840 ad opera dei Saraceni
di Radelchi (3).
E solo più tardi attorno ai borghi costituitisi nei pressi delle chiese di S. Maria Suricorum, S. Pietro
in Corpo, e Berelais attorno all’Anfiteatro, continuò la vita.
Alla fine del Medio Evo, il borgo sorto intorno a S. Maria Suricorum, chiamata più tardi S. Maria
Maggiore, divenne il centro generatore della nuova vita dell’attuale S. Maria Capua Vetere. Un
altro fattore importante è costituito dalla fittissima opera di industrializzazione che si è avuta nella
zona e che ha indubbiamente sconvolto l’assetto territoriale conservatosi, sia pure precariamente,
attraverso i secoli.
Quanto al terzo punto dirò che, stando almeno a quanto mi risulta, se si fa eccezione per le indagini
del De Rossi, e, più recentemente, di Mallardo e De Franciscis, la zona di Capua non è stata mai
oggetto di ricerche e scavi sistematici tendenti a fornire una sintesi e un quadro organico delle
antichità cristiane.
E per venire all’ultimo punto, basterà ricordare che la indiscutibile importanza di Capua come
centro politico e culturale della Campania preromana ha un po’ monopolizzato l’attenzione degli
studiosi su questo aspetto, facendo trascurare gli aspetti altrettanto importanti ai fini di una
completa ricostruzione storica di Capua cristiana.
Alla luce di quanto detto, appare evidente dunque che la ricerca sarà quantitativamente limitata
potendo estendere l’indagine a quei monumenti per i quali esiste ancora un preciso punto di
riferimento.
Inizierò quindi con l’esposizione delle fonti per un’indagine topografica, passando poi all’esame dei
monumenti urbani ed extraurbani, cercando, in sede di conclusione, di cogliere gli aspetti anche
urbanistici, di vedere, cioè, come tali monumenti si siano inseriti nel tessuto urbano preesistente.
LE FONTI
Una fonte importante ai fini della nostra indagine è costituita dalle riproduzioni esistenti negli scrittori
delle antichità sacre di Capua dei secoli XVII e XVIII (4) di mosaici esistenti nella chiesa di
S. Prisco, una cittadina nelle immediate vicinanze di S. Maria Capua Vetere. Tali mosaici decoravano la volta
e l’abside della chiesa suddetta fino al 1762, anno in cui i fedeli del casale decisero di ampliare la
chiesa parrocchiale e quindi di abbattere l’antica basilica di S. Prisco; né valsero a distogliere i fedeli
dal loro proposito le voci di protesta del canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (5), che conoscendo
l’importanza storica e artistica dei due mosaici, cercò di impedirne lo scempio. Ma dopo il 1762 e
sicuramente prima del 1766 i mosaici furono distrutti (6).
Non rientra nei compiti specifici della mia ricerca la descrizione dettagliata dei mosaici ricordati;
basterà ricordare solo che nel mosaico absidale erano rappresentati sedici Santi, coperti di un pallio,
con gli occhi rivolti in alto e con le corone fra le mani all’altezza del petto e in atto di offrirle alla
colomba collocata nel centro e simboleggiante lo Spirito Santo, anima della chiesa. I Santi erano
disposti su due file diverse capeggiate rispettivamente da S. Pietro e S. Prisco nell’emiciclo a destra
e a sinistra; dopo S. Pietro, S. Lorenzo, S. Paolo, S. Cipriano, S. Sosio, S. Timoteo e S. Agnese;
dopo S. Prisco, S. Lupolo, S. Sinoto, S. Rufo, S. Marcello, S. Agostino e S. Felicita.
Sotto le braccia di S. Pietro e di S. Prisco al centro si vedevano le due figure, di statura anche più
piccola delle altre, dei Santi Quarto e Quinto (7).
Il mosaico della volta anche se più ampio per concezione ed armonia è però meno importante di
quello absidale per quello che riguarda la storia delle origini della chiesa capuana.
Secondo gli scrittori dei secoli passati e recentemente secondo Domenico Mallardo (8) i Martiri
effigiati nella parte sinistra sarebbero tutti martiri campani.
Insigni studiosi di archeologia cristiana come il Delehaye e il Lanzoni (9) ritengono appartenenti
a Capua i martiri Lupolo, Sinoto, Marcello, Rufo, Agostino e Felicita e pensano però che il Prisco del mosaico
absidale sia da identificare con il «Priscus Nucerinus Episcopus», di cui parla S. Paolino nel carme
XIX; ma su questo problema recentemente ha esposto il suo punto di vista, che mi sembra accettabile,
stando alle argomentazioni addotte, il canonico Antonio Jodice (10).
Un’altra fonte, anche se non strettamente attinente al mio lavoro, non trascurabile è costituita da un
singolare disegno che l’arcivescovo capuano Cesare Costa, nel 1595, fece dipingere sui muri della
grande sala del suo palazzo riproducente una pianta di Capua antica, pubblicata nel 1630 e visibile
fino al 1759 anno della sua distruzione; per fortuna c’è stata tramandata una riproduzione dal Monaco
nella sua opera «Sanctuarium Capuanum» (11).
L’importanza di questa fonte è evidente quando si pensi al fatto che all’epoca della sua pubblicazione
le rovine non erano ancora state interamente ricoperte dalle abitazioni moderne, e al fatto che, sia
pure con molta approssimazione almeno i punti segnati sulla carta corrispondevano a rovine realmente
esistenti, per cui integrando questo documento con le notizie di altre fonti e, in particolare con i dati
toponomastici dei documenti medioevali, è possibile ricostruire con una certa chiarezza la topografia
cristiana dell’antica Capua.
Tra le nostre fonti, vanno pure annoverati registri medioevali, anche se nel nostro caso, non ne
abbiamo potuto disporre perché le pergamene capuane non sono state ancora tutte lette ed edite,
per cui abbiamo dovuto accontentarci, con esiti non molto felici, di altre fonti di questo
genere (12).
Le tradizioni toponomastiche, com’è noto sono tenaci e resistono alla sfida del tempo; e a tal
proposito vorrei ricordare l’importanza che hanno, per la ricostruzione dei limiti topografici delle
antiche diocesi le «Rationes decimarum Italiae» nei secoli XIII e XIV, in cui sono raccolte le decime
di questi secoli, tratte quasi tutte dalle Collettorie dell’archivio Vaticano.
Questi documenti attestano nomi di luoghi la cui origine è legata a monumenti oggi scomparsi e il
cui sito è individuabile solo attraverso la toponomastica che, come da più parti giustamente si
riconosce, è un ausilio indispensabile in ogni ricerca di ordine topografico. A titolo esemplificativo
ricorderò che la zona dove oggi sorge la Chiesa di S. Agostino è indicata col nome del Santo per
tacere del caso di S. Prisco che addirittura ha dato il proprio nome a un intero villaggio.
Altra fonte importante è quella costituita dalle tavole topografiche al 25.000 dell’Istituto Geografico
militare, redatte sulla base di rilievi aereofotogrammetrici e che ricostruiscono quindi con estrema
precisione l’aspetto topografico del territorio oggetto di indagine, anche perché la fotografia aerea
ha l’innegabile vantaggio di abbracciare una superficie molto vasta e di guardare in profondità,
mettendo in luce tracce di ruderi oggi scomparsi. A tutte queste fonti specifiche vanno unite anche
quelle di ordine generale, come i Martirologi che soprattutto dopo i recenti studi di agiografia, hanno
perso il carattere non propriamente scientifico che li caratterizzava nel passato.
I MONUMENTI URBANI
E’ problematico tracciare un quadro organico dei monumenti paleocristiani presenti nella città; in realtà
ben poco resta in Capua delle basiliche paleocristiane più note, vale a dire quella costantiniana e
quella eretta dal vescovo Simmaco in onore della Vergine Maria.
Il Monaco dà notizia di molte altre chiese, ma sono notizie poco controllabili, né d’altronde stando
almeno alla lettura delle carte topografiche e dei documenti catastali e notarili medioevali, ho tratto
elementi atti a suffragare sia pure un’ipotesi.
Un’eccezione è forse costituita dalla notizia che ci dà il Monaco sull’esistenza di una basilica dedicata
a S. Lupolo, uno dei martiri campani effigiati nell’abside di S. Prisco di cui abbiamo detto prima.
Infatti l’autore afferma (13): «Lupulus presbyter Capuanus, et Martyr, habuit olim Ecclesiam
in via S. Angeli ad formam. Ego, inter scripturas monialium S. Joannis reperi instrumentum carie quasi
consumptum; tamen in gratiam S. Lupuli multas habens verborum lineas incorruptas», più avanti il
Monaco riproduce il documento dell’anno 1013 (14) in cui si parla dell’«Ecclesiam S. Lupuli quae
nunc decstructum esse videtur».
La notizia è evidentemente incontrollabile allo stato attuale delle nostre condizioni, anche perché, a
quanto mi risulta, non è stata mai intrapresa una ricerca fondata almeno su saggi di scavo in questa
zona; un labile indizio potrebbe essere costituito dal fatto che ancora oggi una zona situata proprio
nelle adiacenze della strada che conduce a S. Angelo in Formis è chiamata «Basilica». La Basilica
costantiniana, oggi identificata da molti con la chiesa di S. Pietro nell’omonima piazza in S. Maria
Capua Vetere ha sempre dato luogo a gravi dispute circa la sua ubicazione e dobbiamo dire che
ancora oggi non è stata detta né si può dire una parola definitiva. Stando alla notizia del Papa
Silvestro contenuta nel «Liber Pontificalis» (15), Costantino il Grande eresse in Capua una basilica
in onore degli apostoli Pietro e Paolo; sempre la stessa fonte ci fa conoscere la munificenza di Costantino
verso la città di Capua. Infatti a proposito della suppellettile liturgica cosi si legge: «Pateras argenteas
II, pensantes singulas lib. XX; scyphos argenteos III, pens. sing. lib. VIII; - calices ministeriales XV,
pens. sing. lib. II - amas argenteas II, pens. sing. lib. X - candelabra aerea III, in pedibus X, pens.
sing. lib. CLXXX - fara canthara argentea numero XXX, pens. sing. lib. V; fara canthara aurea,
numero XXX. Et obtulit possessiones: massa Statiliana, territurio Menturnense, praest. sol. CCCXV;
possessio in territurio Gaetano, praest. sol. LXXXV; possessio Paternum, territurio Suessano praest.
sol. CL; possessio ad Centum, territurio Capuano, praest. sol. LX; possessio territurio Suessano
Gauronica, praest. sol. XL; possessio Leonis praest. sol. LX» (16). Già il Monaco occupandosi
dell’ubicazione di questa basilica che ai suoi tempi era distrutta nel commento alla vita di S. Rufo o
Rufino, uno dei martiri effigiati nel famoso mosaico di S. Prisco, parlando della «Ecclesia Petri
Apostoli» afferma che questa chiesa egli la identificava con quella chiamata «S. Petri ad Corpus»
per due motivi: 1) perché situata «in meditullio» dell’antica Capua.
2) Perché nella vita di S. Rufino, l’«aedes S. Stephani» è chiamata «ecclesia», mentre, l’«aedes S. Petri»
è chiamata «Basilica» e proprio presso quest’ultima fu trovato il corpo di S. Rufino per cui proprio
lì, doveva esservi, conclude il Monaco, l’«Episcopium» (17).
Il Monaco invocava a sostegno della sua tesi l’autorevole opinione di un tale Bartolomeo Chioccarello
Napoletano, che negli atti riguardanti la traslazione di S. Stefano, afferma che la chiesa di S. Stefano
fosse edificata dopo quello di S. Pietro per cui solo quest’ultima poteva essere identificata con la
basilica costantiniana (18).
Ma la questione restava aperta tanto che lo stesso Monaco, forse indotto dalle convincenti
argomentazioni addotte da un altro studioso del suo tempo, un certo Hechempertus, afferma: «nunc
vero post impressum Hechempertu opera ac studio Antonij Caraccioli ex ordine Cleric. Regul.
praesbyteri, qui cum sit omnigena eruditione et maxime sacra praesignis, vir est ubique notissimus;
post impressum (inquam) Hechempertum cogor mutare sententiam» (19).
Quali le argomentazioni di Hechempertus che inducevano il Monaco a «mutare sententiam»?
Hechempertus riteneva in effetti che la chiesa dedicata da Costantino agli apostoli Pietro e Paolo in
Capua, fu chiamata da S. Germano vescovo (20), di cui parla S. Gregorio Magno nei suoi dialoghi, S.
Stefano, in onore delle reliquie donategli dall’imperatore di Costantinopoli dove si trovava come
legato del Papa, e il Monaco (21) cita le testuali parole di Hechempertus.
La tesi di Hechempertus è accolta dal Monaco senza alcuna riserva per i seguenti motivi: a) perché,
dice il Monaco, Hechempertus occupandosi in una sua opera della divisione dell’episcopato capuano
operata da Giovanni VIII, parla distintamente della chiesa di S. Stefano e della chiesa di S.
Pietro.
b) Perché, anche se l’«Aedes S. Petri» nella vita di S. Rufino è chiamata «Basilica», nulla impedisce
di credere che il termine «Basilica» sia usato nell’accezione che aveva presso i Romani; e poi che
cosa vieta di pensare, conclude il Monaco (22) che una basilica pagana esistente nel centro
della città di Capua non fosse poi diventata l’«Aedes S. Petri»?
Dai tempi del Monaco e di Hechempertus ad oggi il problema non è stato affrontato, a quanto mi
risulta, da altri studiosi. Certamente è difficile dire una parola definitiva circa la identificazione e la
ubicazione della basilica costantiniana a Capua; a mio avviso la questione potrebbe essere risolta
solo attraverso un’attenta lettura dei più antichi documenti capuani, e particolarmente delle pergamene
ecclesiastiche che dovrebbero essere edite tutte tra qualche tempo, e sulla base di indizi toponomastici
suffragati ovviamente da saggi di scavo nella odierna chiesa di S. Pietro, perché solo in questa
maniera si potrebbe dire una parola definitiva.
S. MARIA MAGGIORE
La chiesa di S. Maria Maggiore esiste ancora oggi ed è indicata dagli abitanti di S. Maria Capua
Vetere come la chiesa più antica della città; e in realtà gli studiosi e gli eruditi locali (23)
dei secoli XVII e XVIII, indicavano in una cripta sulla quale poi il vescovo Simmaco avrebbe edificata la chiesa in
oggetto, il luogo di culto della chiesa capuana ai suoi albori, e perfino il cimitero, o meglio, uno
dei cimiteri dei primi cristiani in Capua.
Queste notizie non poggiano sulle evidenze archeologiche per cui solo un’accurata esplorazione e
un sistematico scavo potrebbero avvalorare quelle che, fino ad oggi, sono notizie.
Un invito all’approfondimento del problema potrebbe venire dalla denuncia che in quei tempi faceva
il Pasquale (24) che lamentava all’indomani della pestilenza del 1656 che colpì la città, le
miserrime condizioni della cripta, che, già onerata di sepolture nel corso dei secoli, aveva perso l’antico
assetto, per cui se ne auspicava il ripristino. Altro elemento che sembrerebbe confortare in qualche modo le
notizie degli antichi scrittori, e invitare lo studioso di oggi a riprendere la questione è il fatto che G. B.
De Rossi (25) ci dà notizia di iscrizioni sepolcrali cristiane venute alla luce nel corso di
lavori di sistemazione all’interno della chiesa. Ma per un più attento esame ascoltiamo il Monaco, il quale
parlando del vescovo capuano Simmaco scrive: «hic aedificavit ecclesiam. S. Mariae Maioris in dioecesi. In ea
post obitum depositus est ... Huius nomen in absidem per girum est exaratum: legitur enim in illo
musivo: S. Maria Symmacus episcopus». E più oltre «Ecclesia tam insignis tria vocabula sunt:
Sancta Maria Suricorum, Sancta Maria Gratiarum, Sancta Maria Maior» (26).
Integrando le notizie del Monaco con quelle trasmesseci da un altro studioso napoletano, Alessio
Simmaco Mazzocchi (27), si evince che la chiesa cattedrale di Capua era adornata da un
mosaico che rappresentava la Madonna con il Bambino Gesù in mezzo ad eleganti ornamenti; si evince inoltre
che l’iscrizione esprimeva il nome della Madonna al dativo e quindi era chiaro il senso dedicatorio e
che la scritta «Sanctae Mariae Symmacus Episcopus» si stagliava sull’arco trionfale, e che questo
mosaico fu distrutto nel 1743. Il Mazzocchi dovette affidare altre notizie più particolareggiate sulla
cattedrale ad un «opusculum» che non fu però mai trovato nonostante le ricerche di E. Muntz (28).
Che la chiesa cronologicamente appartenga al V secolo d.C. o forse anche ad età di poco anteriore
è dimostrato dalla sicura appartenenza dei mosaici al V secolo e da alcune iscrizioni paleocristiane
citate dal De Rossi (29).
Le testimonianze fuori della città
a) Probabile cimitero cristiano nella località detta «I Cappuccini». Nel secolo XVII, lo scrittore di
cose sacre di Capua G. P. Pasquale (30), dà notizia di un cimitero cristiano in una località
tra S. Maria Capua Vetere e Capua, detta S. Pietro Apostea, da una chiesa legata alla tradizione della venuta
di S. Pietro in Capua; in questo luogo sorse più tardi un convento di Cappuccini oggi non più
esistente.
Il cimitero occuperebbe la località che ancora oggi sulle carte topografiche è indicata col nome «i
Cappuccini» e si trova all’incirca all’altezza del Km 204 della strada statale n. 7 Appia, sulla
sinistra per chi va da S. Maria Capua Vetere verso Capua, e in effetti sono ancora visibili dei
ruderi riferentisi probabilmente a strutture del convento sopra citato. Scavi in quest’area furono
eseguiti nel maggio del 1840, ma nulla venne alla luce che potesse aver relazione con un cimitero
cristiano, infatti nella relazione di scavo si legge: «S. Maria di Capua 19 maggio 1840 ... nel locale
del camposanto vicino al convento dei Cappuccini di Capua. Ho osservato ... che si potrebbe
eseguire un saggio di scavamento nei quattro quadrati ...
Le notizie che ho potuto carpire sono che circa tre anni fa il colono che aveva in fitto detto terreno
trasse da un sepolcro sette diversi vasi, due di essi soltanto figurati a nero ed il fondo rosso
che se li vendé, e pochi mesi dietri passando io per colà osservai nelle fondamenta d’ingresso al
camposanto due sepolcri di tufo verde che erano stati vuotati dai travagliatori, ma non fu possibile
avere scienza di ciò che si fosse rinvenuto ... Cerbo» (31).
In realtà, come si evince dalla relazione di scavo testé citata e da altre relazioni che qui non riferisco
testualmente (32), l’area cimiteriale è probabilmente una necropoli pagana e l’ipotesi è suffragata
dal fatto che proprio in questo tratto di strada sono venuti fuori a più riprese gruppi di tombe di
tarda età romana (33), una tomba «a camera» di età romana e un ipogeo appartenente allo stesso
periodo (34) e che, come giustamente faceva notare il Carettoni, autore degli scavi: «i recenti
ritrovamenti hanno permesso di accertare che la necropoli romana dell’antica Capua abbracciava anche il
tratto della via Appia compreso tra Capua e Casilinum».
Probabilmente l’indicazione dei dotti del tempo di un’area cimiteriale cristiana in quella zona era
dovuta a due fatti:
1) all’uso abbastanza diffuso presso gli studiosi di antichità nei secoli XVII e XVIII, di non
controllare scientificamente la notizia e di basarsi per le loro affermazioni, nel caso che ci riguarda,
solo sul fatto di aver trovato, sepolcri ed iscrizioni in quel luogo;
2) al fatto che la località in oggetto era vicinissima alla chiesa di S. Agostino dove la presenza
cristiana è suffragata da evidenze archeologiche.
Comunque solo un’indagine più attenta potrebbe dire una parola definitiva.
CIMITERO PRESSO LA CHIESA DI S. AGOSTINO
Proseguendo per l’Appia S.S. n. 7, poco dopo il km. 205 si giunge all’immediata periferia di S.
Maria Capua Vetere e poco prima di immettersi nella cittadina, sul lato sinistro venendo da Capua,
c’è la località indicata nelle carte topografiche con il nome di «S. Agostino», con tutta probabilità
dalla presenza dell’omonima chiesa.
Il Pratilli (35) autore del secolo XVIII, cosi si esprime, parlando del percorso dell’Appia
da Casilinum a Capua: «Né guari di là, e poco lontano dalle mura dell’antica Capua, truovasi l’antichissima
Chiesa, con un sotterraneo cimiterio dei primi Cristiani, dedicata al santo vescovo di Capua
Agostino, la cui festività viene annotata negli antichi calendari di Capua, benché ora, nel nuovo
altare siasi per ignoranza del fatto messo un quadro con l’immagine di S. Agostino il gran dottore
della chiesa». L’autore dunque dà per scontato che la chiesa fosse sorta in connessione col culto
del martire effigiato nell’abside di S. Prisco.
Una seria ricerca sulla questione se la Chiesa fosse dedicata al dottore della Chiesa o ad Agostino,
vescovo e martire fu condotta dal De Rossi, il quale dopo un’acuta analisi della tradizione e dei
martirologi riguardanti Agostino vescovo di Capua, fece rilevare che, stando alle indicazioni di un
passo del «Prologus Paschae ad Vitalem» dell’anno 395 (36), il vescovo fu una delle vittime della
persecuzione di Decio e cosi conclude: «Ciò nulla di meno parmi difficile negare oggi la rivendicazione
di quel cimitero al nome ed alla memoria dell’Agostino vescovo di Capua. Quanto, naturale sia
la relazione del nome e del culto dell’Agostino martire col sito di un antico cimitero capuano,
quanto innaturale quella di un cimitero in siffatto luogo col culto del dottore africano, è cosa
assai chiara, né richiede prolissa dimostrazione» (37).
Il Pratilli, già citato, afferma comunque che questo cimitero si ricordava già dal secolo IX; ma è
noto agli studiosi come il Pratilli non goda fiducia, e perciò questa notizia è incontrollabile. Il
Monaco parla dell’esistenza di questo cimitero, già nel secolo XVII; infatti nella sua famosa opera
si legge: «Ubi nunc est ecclesia S. Augustini fuisse antiquissimo tempore coemeterium christianorum
argumentor ex pluribus epitaphiis ibi inventis cum nomine Christi et signo Crucis insculpto» (38).
Un secolo, dopo il Pratilli afferma di essere stato il primo ad esplorare il cimitero, e ci ha lasciato
una descrizione che suona cosi: «Di questa cappella e cimitero tuttoché abbiamo memoria, fino
dal IX secolo, fu nondimeno egli scoperto non ha molti anni, e vi furono scavate alcune iscrizioni,
cosi in mattoni, come in pietra più o meno nobile, di cui la sciocca ignoranza degli operari fece
orribile sperperamento; tutte però avevano al di sopra, e al di sotto il Santo segno della Croce;
sì come in questa, campata dalle lor mani che qui interamente trascrivo»: (segue iscrizione) HIC
REQUIESCIT / IN SOMMO PACIS / AUTPERGA XPI / ANCILLA QUE BIX / IT AN. P.
MIN. XXI. / DEPOSITA SUB DIE / III NON. NOVEB. IND. / XII. PC. BASILI V. C. / ANO
XXII «cioè a’ 2 di novembre degli anni del Signore 563. Egli è alto questo cimiterio palmi nove e
mezzo, largo palmi cinque meno un terzo, lungo drittamente palmi quaranta in circa, benché di poi
in croce dall’uno e l’altro lato distendevasi, e propriamente a destra palmi ventisei, a sinistra palmi
quindeci. Né si può passar oltra, per essere caduto il terreno. Ne due opposti lati trovansi varie
distinte nicchie di palmi sei, e sette in circa di lunghezza; uno e mezzo, o due di altezza, nelle quali
i cadaveri collocavansi, ed anche di presente molti ve ne sono; e queste nicchie turate venivano
con matoni al di fuori, o con sottili e dure pietre, segnate per lo più con una, o più croci, in segno
forsi di uno, o più cadaveri de’ fedeli quivi sotterrati: tanto vero, che essendo da me stata aperta
una di esse, che avea segnate in un mattone due croci, vi trovai due teschi, e non più» (39).
Le parole del Pratilli che indicava sommariamente nella pianta dell’antica Capua inclusa nella sua
opera, anche il percorso del cimitero cristiano sembrano trovare riscontro in altre scoperte di
iscrizioni funerarie, quasi sempre frammentarie, fatte nel tempo, alcune delle quali sicuramente
pagane (40) altre probabilmente cristiane, in seguito a lavori di sistemazione del pavimento
della chiesa e del terreno circostante (41).
E’ evidente dunque dalle testimonianze addotte che l’area di S. Agostino avesse un tempo accolto
sia sepolcri pagani che un cimitero cristiano; ma una conferma decisiva di queste certezze è venuta
non molti anni or sono quando il De Franciscis, in seguito ad alcuni saggi di scavo effettuati in
un ambiente che si trova alle spalle della chiesa e che, nonostante sia incorporato nelle moderne
costruzioni, conserva quasi intatte le sue strutture antiche, scoprì che questo stesso ambiente
faceva da ingresso ad un cunicolo sotterraneo. Ascoltiamo la descrizione che ne fa lo studioso:
«all’interno esso misura m. 6,50 x 5 ed è alto m. 3,50 circa; la volta è a botte. Sul lato corto
N-NE, che è quello che corre parallelo alla via Appia, si aprono al centro l’ingresso, attualmente
sfigurato (da moderne tompagnature e ricostruzioni, a destra ed a sinistra una nicchia per lato a
pianta quasi quadrata (cm. 65 x 60; altezza m. 1). Sul lato opposto si apre un lucernaio moderno
il quale rappresenta l’ampliamento di quello antico oggi irriconoscibile. Le strutture presentano in
alcuni punti rappezzi e rifacimenti ma in buona parte conservano l’originario opus reticulatum,
mentre gli spigoli e le centine sia dell’ingresso che delle nicchie, nonché le pareti di fondo di queste
sono costruite con tufelli disposti per lungo» (42). E più oltre «Gli elementi per datare la
costruzione sono forniti dalle dimensioni dei blocchetti dell’opus reticulatum e dal grande spessore della malta
che li tiene uniti ... tuttavia in base a vari elementi che vado raccogliendo in occasione dei recenti
scavi penso che il tipo, di reticulatum che qui ci si offre può datarsi al II secolo d.C. e forse anche
al principio del III» (43).
De Franciscis, continuando nella descrizione, ci dice che stando anche alla presenza di un muro
distante m. 1,70 dal lato posteriore dell’ambiente, con ogni probabilità, si tratta di un sepolcro
«a camera» pagano, «sia perché si trova sulla via Appia, sia per la pianta che presenta» (44); ma la
cosa che qui mette conto sottolineare è che in uno dei saggi di scavo effettuati all’interno
dell’ambiente «dopo essere stato portato alla luce il piano antico della soglia d’ingresso, sono
stati scoperti, a cm. 50 più in basso, due gradini ed esigue tracce di un terzo, larghi quasi quanto
la soglia ed alti cm. 30, in rozza costruzione a scaglie di tufo e calce. I gradini portano all’imbocco
di un cunicolo che si dirige sotto l’angolo N della camera sepolcrale; questo, cunicolo è scavato
nel tufo ma poi, giunto sotto le strutture soprastanti, ne intacca in parte la muratura di fondazione
e prosegue oltre. Purtroppo ci si è dovuti fermare qui nell’esplorazione, per non pregiudicare le
costruzioni moderne che si appoggiano sopra quella antica» (45).
Appare chiaro dunque, come osserva De Franciscis, che questo sepolcro «a camera» è stato
utilizzato come ingresso alla catacomba alla stessa maniera che il muro di recinzione dell’area
sepolcrale pagana è stato utilizzato nel cimitero subdiale.
Il cimitero subdiale è stato parzialmente esplorato dallo stesso De Franciscis relativamente ad una
quindicina di tombe giacenti a circa venti cm. sotto il livello attuale della strada; la catacomba rivelata
da un cedimento del terreno si trova a m. 2,50 dal piano attuale della strada. De Franciscis afferma
che «si è potuto seguire un cunicolo che corre verso N-O e che è lungo 15 m.; a 5 m. dall’attuale
apertura si dirama da esso un cunicolo in direzione N-NE. Il cunicolo N-O si dirama ancora verso
N-NE e verso S-SO; questo secondo ramo N-NE è stato esplorato per 6 m.; esso va oltre ma
in questo punto incrocia con un altro ramo che va da N-NO ad E-SE. Il ramo S-SO è riconoscibile
ancora per circa 3 m.» (46).
Purtroppo l’esplorazione di De Franciscis si è fermata al punto in cui la catacomba era libera dal
terreno di riporto né, a quanto mi risulta, si è intrapreso uno scavo sistematico della zona negli anni
a noi più vicini.
La cronologia di questo complesso cimiteriale cristiano comprendente un cimitero subdiale e una
catacomba, come afferma De Franciscis, oscilla fra il 260, anno presumibile del martirio di Agostino,
e la iscrizione di «Autperga» che il Pratilli riporta e che risale al 563 e che, osserva De Franciscis
«non si ha nessun motivo per non ritenere genuina» (47).
Ancora la stessa area che si è rivelata di grande importanza per le testimonianze del cristianesimo
capuano presenta strutture murarie fuori la chiesa, purtroppo mai esplorate.
Quindi a ragione, conclude De Franciscis «allo stato non resta che intuire, sotto forma di ipotesi,
che anche essi abbiano rapporto con le altre memorie cristiane scoperte lì accanto, a pochi metri
di distanza, e che possano costituire la traccia di una più antica chiesa, anteriore a quella
attuale» (48).
L’AREA DI S. PRISCO
Andando da Caserta a S. Maria Capua Vetere, poco dopo il Km. 207 della S.S. n. 7 Appia, una
strada che si dirama sulla destra porta nella piccola cittadina di S. Prisco (49), ed è qui
che ancora oggi sorge accanto alla chiesa principale la cappella di S. Matrona, testimonianza solenne della
presenza della comunità cristiana nella diocesi di Capua fin dai tempi più antichi del Cristianesimo.
Autori antichi e moderni hanno sempre indicato nel villaggio di S. Prisco un luogo, antichissimo del
cristianesimo capuano e campano.
Il villaggio di S. Prisco era nei tempi precristiani il suburbio dell’antica Capua e si sviluppava attorno
alla via cosiddetta «Aquaria» perché Augusto la fece costruire per far giungere a Capua mediante
condotti sotterranei l’acqua «Julia» che sorgeva ai piedi del Taburno, nelle vicinanze di S. Agata dei
Goti. La via usciva dal lato orientale della città e fiancheggiava l’acquedotto, che attraversava l’attuale
villaggio di S. Prisco per il lato meridionale della chiesa parrocchiale.
Che nella zona esistesse un’antica area cimiteriale cristiana è stato dimostrato dalle numerose iscrizioni
che probabilmente decoravano i sepolcri dell’antico cimitero venute alla luce nel corso dei secoli,
delle quali le più antiche sono riferibili alla seconda metà del IV secolo d.C. (50)
Lo stesso Monaco dà notizia di un suo manoscritto conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli (51)
dal titolo identico a quello della sua più famosa opera «Sanctuarium Capuanum», di scavo eseguiti
nell’atrio e nella chiesa stessa di S. Prisco e nei giardini adiacenti, che portavano alla luce «loculi
coementitii, tegulis lateritiis cooperti» insieme alle tavolette di marmo che portavano incise le
iscrizioni sepolcrali.
Ascoltiamo lo stesso Monaco: «At vero fuisse in pago S. Prisci coemeterium Christianorum non est
ambigendum, cum variis occasionibus in atrio vel in hortis vel in ipse nunc extante ecclesia nova,
refossa humo inventi sint loculi coementitii tegulis lateritiis cooperti, tabulae quoque marmoreae cum
epitaphiis, quae antiquitatum studioso hic reddere operae pretium arbitror» (52).
Il De Rossi che si è occupato dell’argomento ritiene che «né cominciò quel cimitero nel secolo quarto,
quando l’uso delle date negli epitaffi divenne frequente; primeggiando quivi il sepolcro dell’antico
martire Prisco» (53).
Al tempo di M. Monaco furono finanche trovate le tracce dell’antica chiesa, nella quale si conservava
il corpo di S. Prisco e che era circondata dal cimitero. E’ ancora Monaco, a fornirci la descrizione
dettagliata: «signa ecclesiae, quae (primum) extabat (in area in qua S. Prisci corpus abditum erat)
et a coemeterio circumdabatur, nuper observavit domnus Hyeronymus Monachius meus gentilis. ...
erat ecclesia vetus in planitie, quae nunc est ante ecclesiam; porta respiciebat ad orientem: hemiciclus
in capite ab occidente, nunc prope viam» (54), dunque la chiesa era costruita nello spazio esistente
dinanzi all’attuale parrocchiale di S. Prisco, la porta era esposta ad oriente e l’emiciclo «in capite»
dalla parte occidentale; si trattava della chiesa che secondo una delle leggende di S. Matrona
sarebbe stata istituita appunto da questa nobildonna spagnola miracolosamente guarita dalla malattia
da cui era affetta, «fluxus ventris».
Il De Rossi (55) quindi a buon diritto osserva che il sepolcro e l’area cimiteriale di S. Prisco
furono nelle medesime condizioni di tutti gli altri cimiteri cristiani dei primi secoli cioè «subdiali»; «ed il
sepolcro del martire quivi subì le medesime fasi, che quelli dei più illustri e venerati in ogni regione della
cristianità. Dapprima nascosto, fabbricatavi poi sopra una chiesetta e locus orationis, moltiplicate
tutt’attorno le tombe dei fedeli per devozione al martire, finalmente fu quivi eretta la «basilica maior»
e nobilmente adornata di mosaici, nei quali furono effigiati i precipui martiri e santi di Capua e
di altre chiese della Campania».
ALTRI RITROVAMENTI
Queste che abbiamo testé esaminate sono le evidenze archeologiche più importanti e da sole
basterebbero a dare una idea abbastanza precisa della imponenza della presenza cristiana a Capua.
Ma non possiamo tacere altre testimonianze importanti ai fini dei risultati della nostra ricerca, non
foss’altro perché si inseriscono tra le due aree cimiteriali più importanti e cioè quella di S. Agostino
a N in direzione di Capua e Roma e quella di S. Prisco a S in direzione di Benevento.
Si tratta di tombe cristiane scoperte nelle Carceri Giudiziarie, di cui dà notizia il Carettoni nelle «Notizie
Scavi» del 1943; le tombe in oggetto, due per la precisione, vennero alla luce nel giugno del 1941 in
occasione di scavi eseguiti nel cortile delle locali Carceri Giudiziarie per la costruzione di nuovi
fabbricati e giacevano a m. 1,60 di profondità.
Questo il resoconto del Carettoni: «I fianchi ed il coperchio delle tombe sono costituiti da lastroni di
tufo grigiastro. La prima tomba misura internamente m. 2,00 x 0,50 x 0,65 di altezza. Nella parete
interna della nicchia in corrispondenza della testa è incisa una piccola croce greca. Conteneva uno
scheletro.
La seconda tomba, che giaceva accanto alla prima, simile ad essa come struttura, ne differisce soltanto
leggermente per dimensioni (m. 2,00 x 0,55 x 0,55 di altezza e conteneva due scheletri: uno giaceva
sul fondo della tomba, l’altro (secondo quanto ha riferito chi era presente alla scoperta) era deposto
sul fianco, contro una parete laterale ...
In corrispondenza del collo di uno degli scheletri venne raccolta una piccola croce di rame (cm. 2,8
x 3) formata da due sottili lamine congiunte da un chiodo ribattuto; uno dei bracci della crocetta
presenta un prolungamento più sottile, per mezzo del quale essa doveva essere fissata a qualche
parte, in cuoio o stoffa, degli indumenti del defunto. Anche in questa tomba, nella parete interna
della nicchia in corrispondenza della testa del morto, sono incise tre croci, però di forma latina.
Le tombe sono anepigrafi, né sono note altre simili provenienti dal territorio dell’antica Capua. Sono
databili al VI secolo d.C. per essere simili le croci a quelle incise su fronti di sarcofagi e iscrizioni
cristiane del VI secolo» (56).
Le due tombe non ci consentono di avanzare ipotesi sulla presenza di un’area cimiteriale cristiana nel
luogo dove oggi sorgono le Carceri Giudiziarie né abbiamo notizia di altri ritrovamenti in questa stessa
area; d’altra parte il tentativo da me fatto di individuare nei documenti medioevali un indizio
toponomastico che potesse suffragare una mia congettura non ha dato risultati positivi, anche perché
è veramente difficile che a distanza di tanti secoli e con le diverse dominazioni che si sono alternate
su queste terre, si possa essere conservato l’antichissimo nome. Non è comunque da scartare
definitivamente e categoricamente l’ipotesi di una presenza più nutrita di tombe cristiane in questo
luogo, perché i documenti paleografici non ancora studiati potrebbero riservare qualche sorpresa.
CONCLUSIONI
Giunto alla conclusione di questa ricerca, intendo tracciare un breve consuntivo che nella prospettiva
del quadro ben determinato della ricerca, ne indichi anzitutto i limiti cronologici e topografici e i risultati
positivi, sia per quello che valgono in sé e per sé sia per quello che potranno valere, come mi auguro,
come punto di riferimento per ulteriori ricerche di più ampio respiro.
I limiti cronologici sono quelli già indicati nell’introduzione inerenti al periodo preso in considerazione
che va dalle origini fino al V secolo d.C. considerato da me un punto di arresto dettato anche da
ragioni obiettive di carattere storico se si tien conto che nella seconda metà del secolo V si accentua
il flusso delle invasioni barbariche che indubbiamente dovettero provocare, tra i tanti sconvolgimenti
di ordine politico e civile, anche una sensibile alterazione del patrimonio archeologico, coinvolgendo
naturalmente anche le testimonianze della presenza cristiana in Capua o compromettendone in parte
o in tutto la validità del loro significato religioso e architettonico.
I limiti topografici più che essere determinati dall’iniziale disegno del mio lavoro, mi sono stati dettati
soprattutto dalle relazioni esistenti di fatto, alla stregua della documentazione archeologica, non solo
per quanto concerne la viabilità e la planimetria urbana, ma anche da un lavoro di legittima illazione
per quanto essa poteva comportare in tema di presumibili connessioni topografiche tra i reperti
archeologici disponibili e il contesto più ampio della loro collocazione sulla fede di notizie o di
tradizioni storicamente comprovate.
Limiti di carattere peculiarissimo, inerenti allo stato di conservazione dei monumenti, sono quelli offerti
dal divario direi quasi costante intercedente a questo riguardo tra i monumenti urbani, deteriorati o
addirittura scomparsi e quelli extraurbani molto meglio conservati; il che a me pare che sia da attribuire
più che all’azione erosiva o devastatrice delle forze di natura e del tempo, al fatto che la città, come
era d’altronde naturale, fosse la vittima predestinata delle scorrerie, se non delle ancora più gravi azioni
di conquista seguite nel corso dei due secoli delle invasioni barbariche per tacere degli sconvolgimenti
o dei rifacimenti seguiti in guerra e in pace nei tempi antichi e recenti.
Quanto ai risultati essi sono stati condizionati da una serie di circostanze che ritengo doveroso o
quantomeno opportuno ricordare a titolo di premesse giustificative della quantità e della qualità di
essi:
1) in primo luogo va qui ricordato che l’archeologia campana ha nel campo delle ricerche di antichità
cristiane una tradizione esigua ed incerta, soprattutto per quanto riguarda i secoli precedenti al
secolo XIX, se si fa eccezione per l’opera del Monaco, la più attendibile, e per ricchezza d’informazioni
e per la validità scientifica dei criteri di ricerca, come è provato d’altronde dal fatto che proprio ad essa
attinsero altri studiosi di minor conto. D’altra parte in queste fonti meno qualificate l’interesse poziore
della ricerca sembra essere quello inerente al culto e ai relativi addentellati agiografici più che al fatto
topografico e meno ancora a quello storico-sociale;
2) quanto or ora detto spiega a sufficienza la difficoltà se non addirittura l’impossibilità per lo studioso
di dar corso, allo stato della documentazione, a un vero e proprio lavoro monografico avente una
consistenza ed un significato positivo a livello scientifico; e spiega di riflesso la necessità per lo studioso
di ripiegare su un lavoro di sintesi che valga ai fini dell’inquadramento per future ricerche impostate
augurabilmente su una più larga disponibilità di reperti e di dati forniti soprattutto da metodici e
impegnativi lavori di scavo.
Quali sono stati, a mio avviso, i frutti sia pure modesti, di questa sintesi lo dirò nell’ordine che
segue:
a) in una prospettiva globale di monumenti di culto o cimiteriali risulta evidente, sul piano topografico,
l’importanza avuta dall’Appia ai fini della diffusione del culto cristiano in questi primi secoli della
nuova era giacché questa via consolare già famosa per i suoi fasti ai tempi dell’antica Roma, si presenta
appunto come l’asse centrale di irradiazione del culto cristiano nella zona da noi presa in esame, lungo
il tratto che da Casilinum, la Capua attuale, si protende fino a S. Prisco, donde la via proseguiva poi
per Beneventum. Infatti le aree cimiteriali, almeno le due storicamente accertate e cioè quelle di S.
Agostino e di S. Prisco, si aprono, rispettivamente, l’una a sinistra e l’altra a destra per chi va verso
Roma, proprio sull’Appia. Lo stesso dicasi dei luoghi di culto a partire dalle catacombe per finire alla
basilica paleocristiana di S. Pietro, oggi scomparsa e sostituita da una Chiesa edificatavi sopra, e a
quella di S. Maria delle Grazie nei pressi dell’Anfiteatro dell’antica Capua che dall’Appia dista una
cinquantina di metri.
Che tutto questo comprovi e sia da considerare come naturale effetto dell’opportunità fornita alle
prime comunità cristiane per la costruzione dei luoghi di culto, dalla viabilità preesistente, quella
maggiore e anche quella minore dei kardines e dei decumani dovuti alla centuriazione per la «deductio
coloniarum» è più che naturale; ma, indubbiamente, contribuì molto a questa ubicazione per i luoghi
di culto anche la necessità degli incontri tra autoctoni e forestieri delle prime comunità cristiane a cui
la clandestinità e l’ostilità dei poteri dello Stato, almeno prima che Costantino e Teodosio promulgassero
i rispettivi editti ad essi favorevoli, precludevano o rendevano difficili quei contatti più che mai necessari
per una religione incipiente con una tradizione di dottrina e di culto ancora fluida e controversa;
b) un altro utile dato fornito dalla visione d’insieme della sintesi è quello di ordine toponomastico;
giacché, per molte zone che non offrono addentellati di carattere documentario alla ricerca
archeologica, un sia pur tenue barlume è dato appunto dai toponimi, che, in certi casi, trovano
riscontro in testimonianze indirette di atti notarili e che, confortati dall’uso e dalla continuità dell’insediamento,
perdurando la incompiuta interpretazione e trascrizione delle pergamene di Capua e dei registri della
Cancelleria Angioina, hanno un valore indicativo per nulla trascurabile.
E per concludere vorrei ancora ricordare, nel quadro della utilizzazione da parte delle comunità
cristiane, per le necessità del culto di preesistenti edifizi pagani, il caso del sepolcro «a camera» pagano,
nella necropoli fuori Capua, nell’area oggi denominata S. Agostino, in onore dell’omonimo martire
capuano, utilizzato come ingresso alla sottostante catacomba di cui prima mi sono occupato; perché,
trattandosi di un sepolcro «a camera» certamente pagano, il fatto che sia stato destinato alla funzione
d’ingresso alla catacomba, acquista il significato di valore simbolico di un trapasso o meglio di un
fausto inserimento dell’antica civiltà pagana nella nuova realtà religiosa e sociale del messaggio cristiano.
BIBLIOGRAFIA
Per un orientamento generale sul problema:
La voce «CAPUA» nell’Enciclopedia Cattolica.
La voce «CAPOUE» in Dictionnaire d’Histoire et de Geographie Ecclesiastiques, vol. XI, III,
Origine du Christianisme, col. 890.
La voce «CAPUA» in suppl. 1970 Enciclopedia arte antica, classica, orientale.
LANZONI F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII, Faenza 1927.
Per i monumenti urbani:
Non cito qui tutte le opere minori di studiosi locali che sono in gran parte interdipendenti, mi limito
a segnalare, per la loro importanza, i seguenti testi:
MONACO M., Sanctuarium Capuanum, Neapoli 1630.
PASQUALE G. P., Historia della prima chiesa di Capua overo di S. Maria Maggiore,
Napoli 1666.
PELLEGRINO C., Apparato alle antichità di Capua overo discorsi della Campania felice,
Napoli 1651.
GRANATA F., Storia sacra della chiesa metropolitana di Capua, Napoli 1766.
PRATILLI F., Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Napoli 1745.
JANNELLI G., Sacra guida della chiesa cattedrale di Capua, Napoli 1858-59.
BOVINI G., Mosaici paleocristiani scomparsi di S. Maria Capua Vetere e di S. Prisco,
in vol. commemorativo del millenario di Capua sede vescovile, Roma 1968.
Per i monumenti extraurbani:
JANNELLI G., Cimitero e chiesa di S. Agostino fuori Capua, Napoli 1854.
DE ROSSI G. B., Agostino vescovo e la sua madre Felicita martiri sotto Decio e le loro
memorie e monumenti in Capua, in «Bullettino di Archeologia Cristiana», 1884.
DE FRANCISCIS A., Cimitero presso la chiesa di S. Agostino in S. Maria Capua Vetere,
in «Riv. Archeol. Crist.», XXVI, 1950.
JODICE A., Le origini della chiesa di Capua, in vol. commemorativo del millenario di Capua
sede vescovile, Roma 1968.
Per gli scavi nelle aree indicate nel testo cfr. in particolare:
RUGGIERO M., Degli scavi di antichità nelle province di terraferma dell’antico Regno
di Napoli, Napoli 1888.
ATTI COMMISSIONE DI TERRA DI LAVORO, 1888, 1889, 1890.
NOTIZIE SCAVI 1913 e 1943.
Note:
(1) M. MONACO, Sanctuarium Capuanum, opus in quo sacrae res Capuae,
et per occasionem plura, tam ad diversas civitates Regni pertinentia, quam per se curiosa
continentur, Neapoli, MDCXXX.
(2) P. DIACONO, Hist. Rom., XIV, 17: «per Campaniam sese Vandali
Maurique effundentes cuncta ferro flammisque consumunt: quicquid superesse potest diripiunt.
Capuamque nobilissimam civitatem ad solum usque deiciunt, captivantur praedantur».
(3) Cfr. Chron. Casinense, in L. MURATORI, Script. rerum italicarum, II,
pag. 303 «Capuam primariam redegit in cinerem».
(4) Cfr. per tutti la riproduzione esistente in M. MONACO, Sanctuarium
Capuanum, Neapoli, 1630. La migliore riproduzione dei mosaici è in GARRUCCI, Storia dell’arte
cristiana nei primi secoli della Chiesa, Prato, 1877, vol. 4.
(5) Cfr. V. NATALE, Considerazione sopra gli atti di S. Matrona, Napoli,
1775, pagg. 33-34.
(6) Cfr. A. JODICE, Le origini della chiesa di Capua nel volume celebrativo
del millenario di Capua sede vescovile, Roma 1968, pag. 122.
(7) Cfr. per la descrizione dettagliata M. MONACO, op. cit., p. 132.
(8) D. MALLARDO, Il calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947,
pag. 72.
(9) H. DELEHAYE, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933;
LANZONI, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII, Faenza 1927, pag. 189 e
sgg.
(10) Cfr. A. JODICE, op. cit.
(11) Cfr. M. MONACO, op. cit.
(12) Cfr. Codice Diplomatico Normanno di Aversa a cura di Alfonso Gallo,
Napoli 1927.
(13) Cfr. M. MONACO, op. cit., pag. 136.
(14) Cfr. M. MONACO, op. cit., pag. 136: «In nomine Jesu Christi nono anno
principatus Pandolfi gloriosi principis (erat is annus millesimus et tricesimus) ... ego mulier quae vocor
Maria filia Petri Magistri, et uxor ... avitante deintus ac Capuana civitate ... prope ecclesiam S. Lupuli,
quae nunc decstructa esse videtur ...».
(15) Cfr. Liber pontificalis edit. L. DUCHESNE, t. I, pagg. 185-186.
(16) Liber Pontificalis, luogo citato.
(17) M. MONACO, op. cit., pag. 46.
(18) M. MONACO, op. cit., pag. 46.
(19) Cfr. MONACO, op. cit., pag. 47.
(20) Cfr. Liber Pontificalis, op. cit., in Vita Ormisdae.
(21) Cfr. MONACO, op. cit., pag. 47.
(22) Cfr. MONACO, op. cit., pagg. 46-47: «quid amplius? In basilica S. Petri
inventum est corpus S. Rufini episcopi: ita, sed novum non est Episcopos extra episcopia sepeliri. S.
Gebehardus constantiensis episcopus in templo, quod vivense condiderat, deponi voluit, an. 996, et S.
Hilarius episcopus Arelatensis in ecclesia S. Honorati extra muros Arelatae in cappella subterranea
depositus est an. 445 et S. Symmacus episcopus Capuae in S. Mariae Maioris ecclesia requiescit.
Quid tandem? opponuntur acta translationis S. Stephani: sed illorum nulla est auctoritas ... ut infra in
4 parte demonstrabimus».
(23) Cfr. G. P. PASQUALE, Historia della prima chiesa di Capua ovvero di
S. Maria Maggiore, Napoli 1666, pag. 16; C. PELLEGRINO, Apparato alle antichità di Capua
ovvero discorsi della Campania felice, Napoli 1651, pag. 405; F. GRANATA, Storia sacra della
chiesa metropolitana di Capua, Napoli 1766, 1, pag. 3.
(24) Cfr. PASQUALE, op. cit., luogo citato.
(25) G. B. DE ROSSI, Iscrizioni sepolcrali cristiane novellamente scoperte
in Capua, in «Bullettino di Archeologia Cristiana», 1884, pagg. 95 e sgg.
(26) Cfr. M. MONACO, op. cit., pag. 191-192.
(27) ALEXII SYMMACHI MAZOCHII, Commentarii in vetus marmoreum
sanctae neapolitanae ecclesiae kalendarium volumen alterum, Neapoli 1744, pag. 706: «in eius
enim musivi extramo fornice litteris plane cubitalibus legebatur sanctae Mariae Symmacus episcopus» e
più oltre alla nota 467 dell’opera citata si legge «musivum quod dixi, totum basilicae apsidem occupabat,
in cuius medio S. Maria puerum Jesum in sinu gerens exhibebatur; cetera vero non melegantibus ornamentis
pro quinti seculi captu distincta cernebantur ...».
(28) Cfr. E. MUNTZ, Notes sur les mosaiques chretiennes d’Italiae: Mosaique
de la Cathedrale de S. Maria de Capoue in «Revue Archeologique» giugno 1881, pag. 80; il
MAZZOCCHI infatti aveva affermato «quam dixi veterem basilicam eam antiquam ecclesiae capuanae
cathedralem fuisse, in quodam inter meas schedas opusculo a me ostensum fuit».
(29) Per la questione dei mosaici e per il problema della loro cronologia cfr. G.
BOVINI, Mosaici paleocristiani scomparsi di S. Maria Capua Vetere e di S. Prisco, in «Volume
celebrativo del millenario di Capua sede vescovile», pagg. 51 e sgg. Per le iscrizioni cfr. G. B. DE ROSSI,
art. e luogo cit.
(30) Cfr. G. P. PASQUALE, op. cit., pag. 26.
(31) Cfr. M. RUGGIERO, Degli scavi di antichità nelle province di terraferma
dell’antico Regno di Napoli dal 1734 al 1876, Napoli 1888, pag. 281.
(32) Cfr. Atti Commiss. terra di lavoro. 1888, pag. 177; 1889, pag. 192; 1890,
pag. 207.
(33) Cfr. Not. Scavi, 1913, pag. 121.
(34) Cfr. Not. Scavi, 1943, pagg. 143 e sgg.
(35) PRATILLI, Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi,
Napoli, 1745, pag. 266.
(36) Cfr. Mon. Germ. Hist., Auct. antiquis. IX, pag. 738 (anno 260) «Seculare
et Donato consulibus ... Hac persecutione Cyprianus hortatus est per epistulas suas Augustinum et
felicitatem, qui passi sunt apud civitatem Capuensem, metropolim Campaniae».
(37) Cfr. G. B. DE ROSSI, Agostino vescovo e la sua madre Felicita martiri
sotto Decio e le loro memorie e monumenti in Capua, in «Boll. Archeol. Crist. S. IV», vol. III, 1884,
pag. 113 e sgg. e 121 e sgg.
(38) Cfr. MONACO, op. cit., pag. 128.
(39) Cfr. PRATILLI, op. cit., pag. 266.
(40) Cfr. Notizie scavi, 1913, pag. 21.
(41) Cfr. M. RUGGIERO, op. cit., pag. 323.
(42) Cfr. A DE FRANCISCIS, Cimitero presso la chiesa di S. Agostino in
S. Maria Capua Vetere, in Riv. Archeol. Crist. XXVI, 1950, pag. 138.
(43) DE FRANCISCIS, op. cit., pagg. 139-140.
(44) DE FRANCISCIS, op. cit., pag. 140.
(45) DE FRANCISCIS, op. cit., pag. 140.
(46) DE FRANCISCIS, art. cit., pag. 143.
(47) Cfr. DE FRANCISCIS, art. cit., pag. 143.
(48) Cfr. DE FRANCISCIS, art. cit., pag. 144.
(49) Un interessante articolo, riguardante Prisco e la questione se sia Nucerino o
Capuano è quello di A. JODICE, Le origini della chiesa di Capua, nel vol. celebrativo di Capua sede
millenaria del vescovo.
(50) Le iscrizioni sono pubblicate nel C.I.L. del MOMMSEN vol. XI, nn. 4485, 4486,
4489, 4490, 4492, 4493, 4495, 4499, 4500, 4507, 4509, 4510, 4511, 4519, 4524, 4538.
(51) Col. IX G. 32, f. 42v.
(52) Cfr. MONACO, opera e luoghi citati.
(53) Cfr. G. B. DE ROSSI, art. cit., pag. 111.
(54) Cfr. MONACO, op. cit.
(55) Cfr. DE ROSSI, art. cit., pagg. 111-112.
(56) Cfr. G. F. CARETTONI, in Notizie Scavi, 1943, pag. 143.