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IL “VICUS” PARDINOLA:
DA MONASTERO AD OSPEDALE
SOSIO CAPASSO
Appendice al N 92-93 (gennaio-aprile 1999, Anno XXV)
della
RASSEGNA STORICA DEI COMUNI
PERIODICO DI STUDI E RICERCHE STORICHE LOCALI
Direttore responsabile
MARCO CORCIONE
ISTITUTO DI STUDI ATELLANI
Aprile 1999
Questa pubblicazione è realizzata con il patrocinio del COMUNE DI FRATTAMAGGIORE
Tipografia Cav. Matteo Cirillo – Corso Durante, 164
80027 Frattamaggiore (NA) – Tel.-Fax 081/8351105
L’Autore ringrazia calorosamente, affettuosamente il Dr. Francesco Montanaro, senza il
cui appassionato aiuto non sarebbe stata possibile la raccolta di tante immagini e le notizie
circa la definitiva sistemazione dell’Ospedale.
Egli è altresì grato al Dr. Luigi Mosca, al Dr. Luigi Caserta, al Rev. Cappellano Don
Franco Luca per l’efficace loro collaborazione.
| IL “VICUS” PARDINOLA: DA MONASTERO AD OSPEDALE |
Gli storici, in merito ai “pagi” ed ai “vici”, borgate sorte nel comprensorio atellano, anche
dopo la distruzione dell’antica città, parlano di Massa atellana; così come per quelli sorti
nella zona di Literno (Lago Patria), parlano di Massa patriense: essi sono tutti compresi
nella Terra di Lavoro, che nel Medioevo si chiamò Liburia.
Paritinula, antico nome dell’odierna Pardinola, era uno di questi vici ed esso è così ricordato
da Bartolommeo Capasso: Prope Fractam florentissimum nunc oppidum, plures vici
memorantur, qui deicenps obsolverunt habitatoribus alio et fortasse fractam ipsam
trasmigratis. Ibi enim invenimus Paritinulam ...
E lo stesso Capasso precisa: “... in territorio di Atella (massa atellana) tra Pomigliano e
Fratta nel IX secolo e verso i principi del X esistevano alcune aggregazioni di case che
dicevansi loci colla denominazione di Caucilionum, S. Stephanus ad caucilionum, o
ad illa fracta e Paritinula.
Nell’anno 1630, Francesco Benevento, barone di Frattapiccola, a seguito di un accordo
con l’Ordine dei Frati Agostiniani, donò a questo un fondo, ai confini della sua starza e
consentì che qui sorgesse un monastero, il quale, nelle carte topografiche del tempo, è indicato
come Monastero di S. Nicola: S. Nicola da Tolentino era infatti un frate agostiniano.
Dell’attuale Frattapiccola, designata in origine con il nome di Frattula o Fracta Piczola, si
ha notizia già nel 942, in un documento ove si legge clusuriam de terra dictam
Fractampicculam; in altro documento del 959 si rileva l’indicazione di terra ad fractula;
ancora in altro documento del 997 viene indicata come territorio liburiano col nome di fracta
pictula, come Fratta Piczola il luogo è menzionato in un rogito conservato nell’antico convento
di S. Sebastiano in Napoli, un documento nel quale si fissano gli estremi per la permuta di alcuni
fondi effettuata fra il monastero dei SS. Sergio e Bacco ed i fratelli Farmacanno e Giovanni.
Nel secolo XII l’abitato in parola non contava che 200 abitanti; più tardi ne furono signori Pietro
Mareiro, Pietro da Venusio, Scipione di Antinoro, finché, verso il 1750, venne in possesso
dei Conti Carafa di Policastro.
Un evento memorabile nel quale si trovò coinvolto il Monastero Agostiniano di Pardinola fu
quello del 1647, durante la rivoluzione di Masaniello, quando, il 2 novembre, Geronimo
Acquaviva, conte di Conversano “entrò con mille e duecento uomini nella provincia di Terra
di Lavoro; il quale desideroso, mentre marciava alla volta di Aversa, di mostrare qualche
effetto del suo zelo in servizio del re, si presentò con disegno di tirarla per via di trattato
all’ubbidienza di Spagna sotto Frattamaggiore”.
Gli Eletti del Casale non mancarono di far giungere al Conte il consiglio di non attraversare
l’abitato con le sue truppe perché ciò avrebbe potuto arrecare qualche danno e indispettire i
frattesi. Tale suggerimento non piacque, però, al Conversano né ai suoi soldati, per cui,
procuratisi la guida di Don Antonio Gattolo, cittadino di Gaeta e cavaliere della Piazza di
Portanova sostenitore del partito spagnolo, dimorante provvisoriamente in Frattamaggiore,
tentarono di penetrare nel paese dalla parte settentrionale.
Benché il Casale non fosse circondato da mura, l’espugnarlo si rivelò ben presto difficile perché
i cittadini avevano provveduto a fortificarlo così ben da poter resistere per più giorni: infatti
all’accostarsi della truppa il popolo corse alle armi e dal primo scontro risultarono uccisi più
di un centinaio di frattesi e circa centosettanta soldati. La situazione divenne grave; il Casale
minacciava di trasformarsi in un vero campo di battaglia, ma prevalse il parere del Gattolo, il
quale propose di trattare col Conte ed a tale uopo fu inviato a quest’ultimo, in nome dei
popolari di Frattamaggiore, con altri deputati, l’abate Don Andrea Durante, fratello del capitano
Domenico Durante, che, in quei giorni, al servizio degli Spagnoli, guidava le milizie reali inviate
a sedare la ribellione nelle zone del Vomero, Antignano e Posillipo.
La deputazione fu introdotta presso il signorotto dal primogenito di questi, Don Tommaso duca
di Noci; il sacerdote fece osservare che Frattamaggiore era stata sempre fedele al re Filippo
IV e che già aveva preso impegno col generale Tuttavilla, Vicario del Viceré, di fornire agli
Spagnoli denaro, cavalli, merci e quant’altro il villaggio avesse potuto offrire: non vi era, quindi,
motivo alcuno di obbligare i frattesi a subire il passaggio delle soldatesche.
Il Conte di Conversano riconobbe l’opportunità di non attraversare il Casale, ma chiese di
lasciare in esso un presidio, cosa che i deputati decisamente respinsero. Allora, narra Giovan
Battista Piacente sulla scorta di una memoria dovuta ad un nobile dell’epoca testimone di
molti dei tragici avvenimenti di quei giorni, “fu sciolto il negozio civile col trattato delle armi;
perché sdegnatosi il conte, che alla vista di un esercito armato, presumesse un popolo,
avvezzo più tosto al mestier della vanga che all’esercizio delle anni, di venir seco a contesa,
e praticar con vantaggio, vogliono che dicesse: - Dunque permetterò che questa vilissima
canaglia riceva tante soddisfazioni dal conte di Conversano? - e dato immediatamente il
segno della battaglia, si mosse con le sue genti all’assalto. Ma essendovi nei primi colpi che
si tirarono caduto suo figlio (Don Giulio) e conosciuta l’impresa per difficile a proseguire
senza notabilissima perdita, restò non principiata che derelitta, lasciandovi anche la vita dalla
parte del popolo l’Abate Durante, che trovandosi fuori delle trincee, fu piuttosto per effetto
di sdegno, che per ragion di guerra ammazzato”.
Secondo il Giordano, invece, il Durante fu ucciso nella tenda del Conversano, mentre
parlamentava, dal duca di Noci, furibondo per aver appreso dell’uccisione del fratello.
Per la fretta di fuggire, al Conte di Conversano non riuscì di portar seco il cadavere del figliuolo
per cui l’affidò ai Frati Agostiniani Scalzi del convento di Pardinola, perché lo custodissero in
attesa di ulteriori sue disposizioni.
La ritirata delle truppe regie non avvenne senza incidenti, perché i frattesi, con l’appoggio di un
buon nerbo di popolani della vicina Grumo, ove alcuni giorni prima aveva pure avuto luogo uno
scontro fra soldati regolari e ribelli, finito anch’esso con la fuga dei primi, si diedero
all’inseguimento ed uccisero altri quattro soldati.
Avendo, poi, appreso che a Pardinola si trovava il corpo di don Giulio, vi si recarono e riuscirono
ad impossessarsi del misero cadavere al quale troncarono il capo che, fissato su una picca, fu
portato dal grumese Onofrio Cinquegrana in giro quale trofeo di vittoria ed infine consegnato a
Napoli a Gennaro Annese, il quale, dopo la morte di Masaniello, aveva assunto il comando
della rivolta. L’Annese conferì al Cinquegrana il grado di luogotenente e l’incarico di requisire
vettovaglie per la causa del popolo nei casali di Grumo, Casandrino, S. Antimo, S. Arpino
e Frattapiccola.
I resti mortali del figliuolo del conte di Conversano, che erano stati abbandonati in aperta campagna,
furono raccolti da mani pietose e trovarono cristiana sepoltura nella chiesa di S. Donato dei
Frati Minori osservanti, in Orta di Atella.
L’episodio è così narrato dal Capecelatro: “Fu il corpo di don Giulio dai suoi famigliari, che,
per il timore e la fretta di partire, non volsero con loro condurlo, lasciato nel monastero di
Pardinola ... Girono i Frattaiuoli a Pardinola e trovato il corpo di don Giulio, che i Padri avevano
nascosto sopra il Convento, gli tolsero il colletto ... e gli altri nobili arnesi che teneva e troncatogli
il capo gittarono il cadavere ignudo nel vicin campo acciò le fiere il divorassero ....
In seguito agli scacchi subiti, il Conversano fu sostituito nel comando delle truppe operanti in
Terra di Lavoro dal duca di Maddaloni. Questi tentò ancora una volta di espugnare i casali ribelli
ed il 22 di quello stesso mese di novembre ebbe luogo uno scontro ancora più violento fra le
truppe regie ed i popolari di Frattamaggiore, Grumo e Casandrino. Ma il duca non ottenne
miglior successo del suo predecessore ed i suoi uomini furono inseguiti fin sotto le mura di
S. Antimo.
Interpose, allora, fra le due parti, i suoi buoni uffici Don Giovanni Capecelatro, signore di Nevano,
e, finalmente un accordo fu stipulato col generale Tuttavilla e la pace tornò nella zona.
Asceso Giuseppe Bonaparte al trono di Napoli, per volontà del fratello Napoleone, prese l’avvio
un processo di riforme fra cui la drastica riduzione dei conventi (erano soppressi quelli con meno
di dodici religiosi) e la destinazione degli edifici resi liberi a pubblici servizi, soprattutto
scuole.
L’editto è del 14 aprile 1806.
Successivamente, divenuto sovrano del Regno delle due Sicilie Gioacchino Murat, si giunse
alla soppressione totale degli Ordini “possidenti”, fra cui quello degli Agostiniani (sia “calzati”
che “scalzi”), soppressione proclamata il 13 febbraio 1807.
Per quanto si attiene al convento di Pardinola, una relazione del 7 ottobre 1809, a proposito
della sua chiusura, recita: “Noi ricevitore della Registratura e de’ Demani del distretto di Casoria,
di unita al Giudice di pace di questo circondario e Sindaco di detto Comune di Frattapiccola,
abbiamo soppresso il Monastero di S. Maria della Consolazione de’ PR Agostiniani di S.
Giovanni a Carbonara, ed ivi abbiamo trovato esistenti, cioè nella contabilità, un libro di
introito ed esito ed un bastarduolo.
Nella Sagrestia gli seguenti arredi ed oggetti a servizio di culto, cioè due pianete vecchie di
diversi colori con due camici.
Nella biblioteca niente.
Denari contanti niente, un solo calice d’argento con piede di rame ed una pisside di
argento.
Nel magazzino niente.
Mobili ed effetti che sono all’uso de’ Religiosi, un lettino con diverse sedie ed un tavolino per
ogni stanza dei religiosi.
Ed infine un locale composto di nove stanze superiori abitabili e dieci terranei non abitabili, ed
un piccolo giardinetto del valore di circa ducati 3000. Quali suddette robe sonosi consegnate
al sindaco di detta comune di Frattapiccola.“.
Tornati i Borboni, gli Ordini religiosi potettero riprendere possesso dei propri beni, ma le entrate
del monastero di Pardinola andavano sempre più riducendosi, tanto che nel 1829 l’Ordine
Agostiniano, attuando un proposito coltivato da tempo, decise di lasciare i locali di
Pardinola.
L’Amministrazione Comunale di Frattamaggiore era allora impegnata nella costruzione di un
cimitero al di fuori della cerchia urbana, secondo le disposizioni governative, il che, però,
provocava notevole malumore fra i cittadini, i quali paventavano di venir sepolti come cani, in
aperta campagna e non in un luogo sacro. Si pensò, allora, di chiedere ai Padri agostiniani, in
enfiteusi, il fabbricato che abbandonavano, per adibirlo ad ospedale, nella parte superiore, ed
a camposanto nel sottosuolo della chiesa annessa.
La costruzione del cimitero, nel posto ove è attualmente, continuò, sia pure a rilento, tanto che
il 17 aprile 1838 era completata.
Avere un proprio ospedale era un desiderio coltivato da sempre dai frattesi e sembrò che esso
dovesse allora andare in porto; fu chiesta sollecitamente l’approvazione regia e questa fu
concessa il 10 novembre 1834.
Il sindaco del tempo, Giuseppe Lupoli, prendeva ufficialmente possesso dello stabile di
Pardinola, compresa la chiesa ed il piccolo giardino adiacente, il 25 febbraio 1835; il
successivo 7 ottobre veniva redatto dal notaio Francesco Padricelli l’istrumento definitivo alla
presenza del sindaco predetto e del Padre Giuseppe Quaranta per l’Ordine Agostiniano.
Si legge nel documento che, il monastero possedeva “in tenimento del Comune di Frattapiccola,
limitrofo a questo Comune nel luogo detto Pardinola un locale seu Ospizio composto di membri
superiori quindici, chiostro, membri inferiori quindici, Chiesa adiacente e giardinetto” e pertanto
è concesso al Comune di Frattamaggiore in enfiteusi “il sopradetto locale onde stabilirvi un
pubblico Spedale per sollievo dei sudditi indigenti offrendo annui ducati cento di canone”,
somma giudicata congrua dai frati giacché “il detto locale era a loro inservibile, da più anni
disabitato, e perciò nessun vantaggio li rendea, tanto più che le fabbriche del medesimo
marcivano di anno in armo”.
La cessione non aveva limiti di tempo ed avveniva “senza alcuna riserva o limitazione e con
facoltà al Sindaco d’installare detto locale per uso di Spedale e la Chiesa per uso di
Camposanto”.
Per impiantare di fatto e mantenere l’ospedale sia il Comune che le Opere Pie di Frattamaggiore
dovevano impegnarsi ad elargire i fondi necessari.
Ma le Opere Pie cercarono con ogni mezzo di sottrarsi agli impegni assunti, tanto che il Sindaco
fu costretto a chiedere l’intervento del Sottointendente di Casoria, lamentando che la degna e
grande opera progettata in questo Comune per lo stabilimento dello Spedale è stata combattuta ...
Mi sono accorto che tutto si opera per particolare interesse e per trarre vendetta ...”. E, più
oltre, constatava che “si spendono grosse somme per ottenere delle sontuose bande musicali,
per fuochi artificiali e non si può somministrare una tenue somma per aiutare l’umanità affetta
dai diversi malori”.
Intervenne nella controversia direttamente l’Intendente Sangio e le difficoltà, certamente
pretestuose, mosse dalle Opere Pie, potettero essere superate, tanto che, nel 1836, furono
iniziati i lavori, subito bloccati, però da un gravissimo incidente: “le fabbriche della Chiesa e
Sacrestia a causa di una profonda ed antichissima voragine, che esisteva sotto le pedamenta e
che aveva formato delle grandissime lesioni particolarmente dalla parte del Coro sistente sopra
l’altare maggiore tanto che erano prossime a crollare, così si dovette mettere subito mano
all’opera, onde riparare le dette fabbriche”.
Il danno era veramente notevole se si pensa che solamente per l’acquisto del legname necessario
per opere di puntellamento si spesero 101 ducati ed 80 grani.
Come se non bastasse, in quello stesso anno si ebbe un’epidemia di colera, la quale divenne
particolarmente violenta nel successivo 1837. Le vittime, tante, sia di Frattamaggiore che di
Frattaminore e Grumo Nevano, vennero sepolte nel piccolo giardino adiacente l’edificio di
Pardinola, giardino il quale fu ben presto totalmente occupato. Allora, su progetto dell’Architetto
Patturelli, si ottenne parte di un fondo limitrofo di proprietà dell’Ordine dei Gesuiti, a forma
di trapezio, largo 587 passi, e si adibì a cimitero.
Ma l’11 luglio di quello sciagurato 1837, mentre si scavava una fossa per seppellirvi quattro
cadaveri di colerosi, si infranse una volta, evidentemente non visibile, e si aprì una voragine
molto profonda, nella quale, in quelle tremende giornate, furono buttati alla rinfusa i cadaveri,
sempre più numerosi, malgrado le vive proteste di uno dei componenti la Commissione
Sanitaria Comunale, il sacerdote Don Giuseppe Biancardi.
Cessata finalmente la mortalità, la voragine fu chiusa e su essa venne posta una lastra
marmorea sulla quale è scolpito uno scheletro ornato di corona e recante nella mano destra una
falce e nella sinistra una clessidra. Al disotto si vedono tre teste, con una tiara quella centrale
e coronate le altre due. Segue la scritta:
QUAE SIMUL UNITA FUERE
TOTO LABENTIS CURRICOLO VITAE
OSSA IN CINERUM ILLIC IN IGNE PURGATA
CUM DEO ANIMAE LAETANTUR (figura 1)

1 – La pietra tombale posta sulla
voragine apertasi l’11 luglio 1837.
Questa lastra è ora collocata in uno dei muri che una volta recingevano il giardino.
Ovviamente i lavori per l’erezione dell’ospedale languivano, anche per mancanza di fondi,
quando, nel 1844, dai Padri adoratori perpetui del SS. Sacramento, con sede in Ottaviano,
giunse al Sindaco di Frattamaggiore, tramite l’Intendente della Provincia, la proposta di ottenere
in fitto quei locali, per alloggiarvi parte della loro comunità.
Ottenuta l’autorizzazione regia, il 1 luglio 1844, veniva stipulato dal Notaio Francesco Padricelli
l’atto di fitto tra il Sindaco Giuseppe Giordano ed il superiore dei Padri predetti, Don Raffaele
Fiorillo: i locali che erano appartenuti all’Ordine Agostiniano, con la Chiesa annessa, passavano
ai religiosi adoratori del SS. Sacramento, i quali intendevano esercitarvi sia la predicazione, sia
attività educativa in favore dei giovani in un apposito collegio da istituire. Il Comune di
Frattamaggiore si riservava, però, di installare in una parte dello stabile, sempre che l’avesse
reputato necessario, un ospedale.
Dalla metà di settembre di quell’anno i nuovi occupanti avrebbero dovuto pagare sia l’imposta
fondiaria sia il canone annuo di cento ducati a favore degli Agostiniani.
Il 18 settembre giunsero i Padri Sacramentisti, i quali, però, si guardarono bene dal rispettare
gli oneri assunti, tanto che, nel corso del successivo 1845, il Superiore Don Raffaele Fiorillo,
rispondendo alle varie richieste del Sindaco, faceva osservare che i religiosi da lui amministrati
“non avevano né fondi, né rendite sufficienti per il loro mantenimento, che non andavano
pitoccando e che per avere erogato grandi somme nel locale orrido e diruto di Pardinola con
appena otto stanze abitabili e con una Chiesa sfornita anche della Croce per celebrarvi i divini
misteri, non erano in condizioni di poter pagare l’annuo canone ...”.
Il Comune insistette, minacciò azioni giudiziarie, ma i Frati la sapevano lunga ed avevano
certamente protettori influenti tanto da riuscire ad ottenere un Rescritto Reale in data 7 agosto
1846 il quale li esentava da qualsivoglia onere finanziario.
Imbaldanziti da tanto successo, essi ebbero l’audacia di rivolgere al Sovrano, in data 7
dicembre 1846, una supplica per ottenere dalla civica amministrazione frattese un assegno
temporaneo annuo di trecento ducati al fine di ampliare lo stabile ove avevano sistemato il loro
collegio. Le autorità comunali rifiutarono fermamente, però, di assumere un impegno tanto gravoso,
facendo notare che dovevano già versare agli agostiniani cento ducati l’anno e consentire che i
Sacramentisti si servissero gratuitamente dei locali di Pardinola.
Non era affatto vero, però, che questi frati versassero in condizioni di bisogno, giacché, grazie
alle sostanziose offerte che ricevevano dai fedeli, avevano speso, in breve tempo, ben quindicimila
ducati per realizzare opere varie nel fabbricato che occupavano.
Realizzata l’unità d’Italia, con legge 7 luglio 1866 venivano soppressi gli Enti religiosi e tale
norma colpì anche il monastero di Pardinola.
Quasi al termine dell’anno seguente il Comune di Frattaminore, avvalendosi del fatto che
quell’edificio si trovava sul proprio territorio, tentò di impadronirsene, ma le civiche autorità di
Frattamaggiore si opposero energicamente e, con provvedimento prefettizio emesso l’8 febbraio
1868 e pervenuto il 14 successivo, ne riottennero il possesso.
Però, già il 24 ottobre 1867, l’ultimo rettore del monastero, Padre Giosué Caprile, aveva
annunziato, diffondendo un apposito programma, la fondazione nei locali dell’ex convento di un
istituto scolastico maschile con annesso convitto. Ne fu direttore lo stesso Caprile ed il corpo
docente fu formato da sacerdoti: rettore don Pasqualino Costanzo, vice rettore don Giuseppe
Del Prete; insegnanti: don Alessandro Muti, don Vincenzo Spena fu Sossio, don Pasquale
Aversano da Frattaminore, già Sacramentista, don Raffaele Grimaldi, parroco di Grumo.
Era certamente un’iniziativa encomiabile, la prima del genere nel Circondario di Casoria, tanto
che il 25 maggio 1868 il Consiglio Comunale di Frattamaggiore, su proposta del Sindaco Antonio
Iadicicco, dichiarava municipale il Collegio e gli dava il nome di Convitto Ginnasio Municipale
Genuino (figura 2).
L’inizio fu incoraggiante, ma seguì una rapida decadenza, tanto che, dopo soli quattro anni, con
provvedimento municipale del 1° ottobre 1872, l’Istituto veniva soppresso.

2 – Il frontespizio del fascicolo che, nel 1869, fu
diffuso per propagandare l’istituzione in Frattamaggiore
del Convitto Ginnasio Municipale “Genuino”
Riemerse allora l’idea di istituire un ospedale, un proposito che non era mai stato abbandonato
se si pensa che, negli anni antecedenti, in un modesto fabbricato sito ove è ora la Chiesa di S.
Filippo Neri, generosamente donato da una pia donna, Marianna Farina, nubile e denominata
‘a monaca i matassa, venivano assistiti ammalati poveri; a tale missione si dedicavano
principalmente il sacerdote Sosio Vitale e la signora Eufemia Durante. La benefica istituzione
veniva chiamata Spitaliciello.
Rimasto libero l’edificio di Pardinola, l’Amministrazione Civica di Frattamaggiore l’offrì in fitto
mediante asta pubblica. Un benemerito cittadino, il sig. Vincenzo Limatola, orefice, già
amministratore comunale, prima, e della Cappella di S. Maria delle Grazie, dopo, superando
non poche difficoltà e diffidenze, il 26 gennaio 1873 depositava la somma richiesta a garanzia e
si aggiudicava l’immobile per la durata di due anni.
Così finalmente, il 25 marzo 1873, l’ospedale iniziava la sua normale attività. Il mese precedente,
però, l’Amministrazione Comunale, per aspri dissidi interni, era stata sciolta e nominato un Regio
Commissario nella persona dell’Avv.to Vincenzo Lugaresi. Questi, il successivo 30 giugno, nel
corso della seduta inaugurale del nuovo Consiglio Comunale, così ricordava il felice evento:
“L’iniziativa privata stava occupandosi dell’Ospedale, quando la comparsa del dermotifo ne
affrettava la istituzione. Lo concessi pertanto ad un apposito Comitato di cittadini”.
E’ opportuno tener presente che l’unità nazionale estese di fatto al nuovo regno la formazione
delle Congregazioni di Carità, che negli Stati Sardi erano sorte con legge del 29 novembre 1859,
la quale aveva i suoi precedenti negli editti del 6 agosto 1716 e del 10 maggio 1717 di Vittorio
Amedeo II.
La prima vera normativa sulle Opere Pie d’Italia è del 3 agosto 1862; essa non solo conservò,
ma perfezionò l’organizzazione delle Congregazioni, le quali furono definitivamente disciplinate
con la legge 17 luglio 1890, n. 6972.
Le Opere Pie frattesi erano: l’Ospedale Civile, il Monte Durante, il Mendicicomio.
La fondazione del Monte Durante risaliva al 7 marzo 1660 ad opera di Leonardo Durante, il
quale aveva destinato un fondo di 15 iugeri nella località detta Galdo affinché dalle rendite da
esso derivate fosse elargito un assegno annuale alle fanciulle frattesi, nubili e povere, nella misura
di circa 17 ducati (L. 72,50). Alcuni altri fabbricati, destinati allo stesso fine, erano stati venduti
ed il ricavato convertito in titoli del Debito Pubblico del Regno per la rendita annua di L. 125.
Il Mendicicomio era stato inaugurato il 9 dicembre 1888 e sistemato al piano terra dell’edificio
di Pardinola. Esso, però, fu eretto in Ente Morale solamente nel 1914, con regio Decreto del
4 giugno di quell’anno.
Bisogna ricordare che, subito dopo l’arrivo del regio Commissario straordinario Lugaresi,
Frattamaggiore era stata colpita da un’altra epidemia, questa volta di tifo petecchiale, per cui nel
nuovo ospedale dovettero essere apprestate in fretta due corsie, una per uomini ed un’altra per
donne, e vi furono ricoverate e curate con molto impegno ben 180 persone.
In tale calamità, vari sacerdoti frattesi, sotto la guida del loro confratello don Sosio Vitale, si
prodigarono generosamente, tanto che uno di loro, don Antonio Cirillo, morì per contagio a soli
25 anni di età, il 7 aprile 1873.
Superata questa calamità, il 26 agosto 1873 il sig. Limatola veniva esonerato dal contratto di
locazione dell’ex monastero di Pardinola e, contemporaneamente, si disponeva definitivamente
che quell’edificio fosse adibito ad ospedale civico.
Il 18 settembre successivo l’Amministrazione Comunale conferiva alla sig.ra Eufemia Durante
“per la sua opera altamente umanitaria spesa specialmente durante tutto il decorso dell’epidemia
di dermotifo” la menzione onorevole e la corona civica d’argento.
Primo Direttore dell’Ospedale Civile di Frattamaggiore fu il dr. Francescantonio Giordano
(1841-1901), un medico illustre, tenuto in gran conto dai maggiori luminari della medicina del
tempo. A lui seguì il Dr. Angelo Pezzullo (1873-1932), che fu anche parlamentare per più
legislature. Molto egli si adoprò per il miglioramento del nosocomio: il rendiconto degli
Amministratori dell’Opera Pia, per gli anni 1911 e 1912, evidenzia che, proprio su sua iniziativa,
si “rifece la sala d’operazioni, migliorandola sotto tutti gli aspetti, con ampia finestra centrale,
per aver molta luce, e con pavimenti e pareti di superficie dura e liscia, da rendere difficile
qualsiasi penetrazione di miasmi”.
E la medesima relazione, per quanto si attiene al Mendicicomio, ricorda che proprio nel 1911
erano scomparsi due benemeriti sia dell’Ospedale che dello stesso Mendicicomio: il Cav. Abramo
Lanna ed il sig. Sosio Pezone, i quali, fin dal 1888, quasi senza mezzi, provvidero ad istituire
“questo Mendicicomio che era tutto il loro ideale, fidando, non a torto, sulla inesauribile carità
dei cittadini frattesi, e i di cui cuori sono, per atavismo, inclini a beneficare il sofferente ed il
derelitto”.
Il Comune di Frattamaggiore aveva, intanto, portato il proprio contributo annuo all’ospedale a
lire quattromila, aggiungendo altre lire cinquecento per l’acquisto di medicine per i poveri. Il servizio
interno era affidato all’Ordine delle Figlie di S. Anna.
Per l’acquisto delle attrezzature necessarie fu indetta una pubblica lotteria di beneficenza, posta
sotto l’alto patronato della Regina Margherita, la quale donò un magnifico servizio da thé in argento.
Il famoso Pittore Federigo Maldarelli donò lo stupendo quadro della Sepolta viva, che fu
acquistato dal Comune e si conservava nella sala consiliare della casa comunale poi abbattuta;
un altro quadro del Maldarelli, rappresentante una nobildonna polacca, fu comprato dall’On.
Dr. Angelo Pezzullo e donato all’Ospedale. Si conservava nella direzione.
La lotteria rese la somma di L. 8547,80.
Il 10 novembre 1884 l’Ospedale, per decreto reale, aveva acquistato la personalità giuridica.
Durante la prima guerra mondiale il nosocomio fu militarizzato; con le somme erogate dall’autorità
militare furono aggiunte nuove stanze, rivestiti i pavimenti di ottime mattonelle, costruita la scala di
marmo.
All’Ospedale di Pardinola è collegata una chiesa, risalente agli inizi del 1600. In origine essa era
dedicata a S. Maria consolatrice degli afflitti, poi, con la venuta dei frati agostiniani, fu destinata
a S. Agostino, di cui resta un’immagine nell’affresco che si conserva su una parete al primo piano
della vecchia ala (figura 3).
La chiesa viene ora comunemente indicata col nome di S. Giovanni di Dio (figura 4).
Non è possibile stabilire la data di inizio di quest’ultima denominazione, la quale non indica alcuna
relazione con l’Ordine dei Fate Bene Fratelli, ma è solamente testimonianza di devozione del
complesso a luogo di cura.

3 – Parte dell’affresco dedicato a S. Agostino,
esistente al primo piano dell’antica ala dell’edificio

4 – Parziale veduta dell’Ospedale, con la chiesa annessa
di S. Giovanni di Dio (Foto degli alunni della Scuola
Media Statale “B. Capasso”)
S. Giovanni di Dio, fondatore dei Fate bene fratelli, nacque in Portogallo, a Montemo-o-novo
(Alentejo) nel 1495. Scomparso dalla casa paterna all’età di otto anni, ricompare ad Oropea,
in Spagna, ove è accolto e trattato come un figlio da un fattore del conte don Francesco
Alvarez di Toledo, tal Francisco Cid. Questa misteriosa vicenda fu causa della morte della
madre, mentre il padre si fece laico francescano.
Ricevuta una sommaria educazione, il fanciullo è impiegato nella custodia del gregge ed in
lavori agricoli. Rifiuta di sposare la figliuola del fattore e si arruola nell’esercito spagnolo.
Partecipa alla battaglia di Fuenterabbia contro i francesi, ma si fa derubare del bottino di guerra
per cui viene condannato all’impiccagione; è però graziato e radiato, nel 1523,
dall’armata.
Nel 1532 ridiventa militare e prende parte alla difesa di Vienna contro Solimano II, difesa
guidata personalmente dall’imperatore Carlo V.
Tornato alla vita civile, si reca nel 1535 a Ceuta, possesso portoghese in Africa, vi resta per
circa tre anni lavorando come manovale alla fortificazione della città e mantiene un nobile suo
connazionale, ivi esiliato con la numerosa famiglia ed in condizione di estremo bisogno.
Trascorre un breve periodo a Gibilterra, ove si mantiene con lavori saltuari; acquista intanto
libri sacri e stampe raffiguranti episodi edificanti, materiale che rivende e destina gli utili ad
opere di apostolato religioso.
Nel 1538 si stabilisce a Granada, ove, a porta Elvira, gestisce una bottega di libri.
Dopo aver ascoltato, il 20 gennaio 1539, una predica del beato Giovanni d’Avila, si converte
pienamente e compie pubblici atti di pentimento dei propri peccati tanto eclatanti da essere
rinchiuso nell’Ospedale Reale, perché ritenuto folle.
Tornato in libertà, dopo un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Guadalupe, si dedica
completamente all’assistenza dei poveri infermi e, con l’aiuto di alcuni generosi, fonda, in via
Lucena, un ospedale, che, per essere divenuto troppo angusto, trasferisce in locali più ampi alla
salita di Gomelez, provvedendo di persona ad organizzarne l’assistenza ed il
funzionamento.
Accogliendo il suggerimento del Vescovo Ramirez Fuenleal, presidente della Cancelleria Reale
della città, aggiunge al proprio nome l’appellativo “di Dio” ed indossa un abito che, pur non
essendo monacale, lo contraddistingue come persona dedita a vita religiosa.
Nel 1546 si uniscono a lui i primi due discepoli, da lui stesso convertiti, seguiti subito dopo da
altri tre.
Nel 1548 fonda a Toledo un ospedale per i poveri e si reca a Valladolid per chiedere al sovrano
Filippo II ed ai nobili della sua corte concreti aiuti per pagare i grossi debiti contratti.
Il 3 luglio 1549 si prodigò al limite delle umane possibilità per salvare gli ammalati dal disastroso
incendio dell’Ospedale Reale.
Si spense in ginocchio, stringendo al petto il crocifisso, poco dopo la mezzanotte dell’8 marzo
1550.
Egli non pensò mai di costituire uno specifico ordine religioso, ma, dopo la sua morte, il numero
dei suoi figli spirituali crebbe costantemente; essi fondarono ospedali, si prodigarono nell’assistenza
degli ammalati indigenti, per cui furono dapprima riconosciuti come Congregazione soggetta ai
Vescovi da S. Pio V, con la Bolla Licet ex debito del 1° gennaio 1571, poi come Ordine da
Sisto V, il 1° ottobre 1586, riportati quindi allo stato di Congregazione da Clemente VIII il 13
febbraio 1592, reintegrati parzialmente dal medesimo Pontefice in Italia nel 1596 e da Paolo V
in Spagna nel 1608. Da questo Papa furono nuovamente elevati al rango di Ordine nel 1611
in Spagna e nel 1617 in Italia.
Si costituirono, così, due distinte Congregazioni, fino alla fusione avvenuta nel 1867.
I seguaci di Giovanni di Dio vennero in Italia nel 1584 e si stabilirono a Roma, nell’isola Tiberina,
nei locali di un antico ospedale ed ivi ancora risiedono. Nel 1587, guidati da fra Giovanni Borelli,
giunsero anche a Firenze.
Nel IV centenario della fondazione dell’Ordine, Pio XI così ricordò il Santo: “Con l’occhio
acuto della sua fede egli penetrò sino in fondo al mistero che si nasconde negli infermi, nei deboli
e negli afflitti; e consolandoli, di giorno e di notte, con la presenza, con le parole, coi medicamenti,
era convinto di prestare quei pietosi uffici alle membra dolenti del Redentore”. Più tardi, Pio XII,
nel IV centenario della morte di Giovanni di Dio, lo indicava come “esempio splendidissimo di
straordinaria penitenza e disprezzo di sé stesso, di contemplazione delle cose divine e continua
orazione, di estrema povertà e perfetta obbedienza”, per cui “fu specchio tersissimo di carità,
per il bene delle anime e dei corpi infermi”.
Entrando nella chiesa di S. Giovanni di Dio, si nota, al lato destro, una lapide (figura 5) sulla
quale si legge:
DOM
IOSEPHO OCTAVIANO FIUMI
E COMITIBUS VIGNANI AC STERPETI
NEAPOLITANO
GENERE NORTMANNO ASSISI ORIUNDO PATRITIO SENESI
COPIARUM NATIONALIUM PRINCIPATUS CITRA
SUB REGE CAROLO BORBONIO
SIGNIFERO
IN HOC SACRO CENOBIO DIE XII M. MAI MDCCLI
ANNUM AGENDI XXVII
VITA FUNCTO
ANTONIUS ANDREAS FIUMI, TRAMUTOLAE ET FHSARIAE
BARO
FRATRI OPTIMO P.

5 – La lapide che ricorda Iosepho
Octaviano Fiumi (1751)
Immediatamente, dopo l’entrata, sugli archi, vi è a destra l’immagine di S. Chiara ed a sinistra
quella di S. Francesco, opere recenti, risalenti all’inizio di questo secolo.
Sull’altare maggiore è una statua dell’Immacolata (figura 6) e ai lati di essa due tele raffiguranti
quella a destra S. Agostino opera del Melanconico (figura 7) e quella a sinistra S. Gennaro,
questa purtroppo fu trafugata ed è stata rifatta nel ‘95 dal pittore Giovanni Strino
(figura 8).

6 – L’Altare maggiore.
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ALTARE PERPETUO PRIVILEGIATUM
PRO FERIIS
SECUNDA QUARTA SEXTA
AC SABBATHO
CUIUSQUE HEBDOMADAE,
NECNON TOTA OCTAVA
COMMEMORATIONIS
OMNIUM FIDELIUM DEFUNCTORUM
A CLEMENTE XII
CONCESSUM
PRECIBUS R.MI PATRIS G.NLIS
F. NICOLAI ANTONII SCLAFENATI
CONVENTUS S. JOIS AD CARB. FILII
DIE VII MAII
A.D. MDCCXXXVII
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20 – Il bellissimo fregio dell’organo in disuso, sulla corale.
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A.D. 1857
HUC DECOR HUC FORTUNA VENIT SUB
MARMORE CUNCTA
ET TAMEN INFELIX IPSE SUPERBIT HOMO.
Mediante un’agevole scala si scende nel cimitero sotterraneo (figura 21), sulla mura del quale
sono affrescate figure di frati e di anime del Purgatorio (figura 22). Si leggono tutt’intorno
molte massime.
In fondo vi è un altare, al centro del quale si trova la tomba del giovane Aniello Rossi morto in
concetto di santità il 24 giugno 1857.
Sono stati successivamente cappellani dell’ospedale i sacerdoti: Don Francesco Lanzillo; Don
Gennaro Russo; Don Raffaele Grimaldi; Don Stefano Spena; Don Nicola Capasso; Don Vincenzo
Russo; Don Antonio Costanzo; Don Vincenzo Formale; Don Biagio Lupoli; Don Giovanni Cirillo;
Don Pasquale Del Prete; Don Francesco Farullo; Don Francesco Caserta; Don Maurizio Patriciello.
Attuale Cappellano è Don Franco Luca.
Conclusi i lavori di trasformazione ed ammodernamento in atto, la Chiesa sarà l’unica parte che resta
dell’antico complesso di Pardinola, costituito da una struttura, adiacente la Chiesa, a pianta quadrata,
con un chiostro centrale ed un’ampia terrazza posteriore al primo piano; un giardino di circa 500 mq.
prospiciente l’adiacente via Limitone; un corpo di fabbrica isolato, ad angolo fra la strada predetta e
quella Pirozzi, sede prima dell’Amministrazione e poi della Neuropsichiatria.
Questo tempio è, perciò, un bene di notevole valenza storica da curare e custodire a futura memoria
e ci auguriamo che ciò non sfugga alla attenzione degli Amministratori dell’Azienda Sanitaria.
Esaminiamo ora i successivi incrementi che il nostro Ospedale ha avuto dagli anni conclusivi della
2a guerra mondiale ai nostri giorni e le prospettive del suo sviluppo futuro: dobbiamo
queste interessanti notizie alla cortesia del Dr. Francesco Montanaro.
Nel periodo che va dal 1945 al 1970, l’Ospedale di Frattamaggiore era attivo soprattutto quale
infermeria attrezzata per praticare interventi di piccola e media chirurgia ed inoltre serviva per i primi
soccorsi in caso di urgenza. Funzionava anche quale mendicicomio per l’assistenza a persone,
soprattutto anziane, prive di famiglia e di possibilità di vita autonoma.
Nel 1970, con Decreto Regionale, esso veniva dichiarato Ospedale Generale di Zona e passava
dalla Amministrazione del Comune di Frattamaggiore alla presidenza di Teodoro Pezzullo.

23 – Un aspetto del reparto di Chirurgia Generale.

24 – L’U.O. di Cardiologia con terapia intensiva

25 – Un aspetto della ristrutturazione
in atto dell’Ospedale di Pardinola.


26-27 – Altre immagini della ristrutturazione.
Fino al 1974 non vi era nemmeno un’autoambulanza; ricordiamo che in quell’anno vi fu uno sciopero
di un mese organizzato dai medici, soprattutto dai giovani medici precari del periodo, per ottenere
l’arrivo del mezzo.
Nel dopoguerra ricordiamo alcune figure che hanno lavorato per mantenere viva questa realtà: il prof.
Caracò, tra l’altro Direttore della Cattedra di Chirurgia presso l’Università di Napoli, e poi il prof.
Nicola Carrillo, che alternava la Direzione Sanitaria a Frattamaggiore con il Primariato di Chirurgia
Generale dell’Ospedale “Pellegrini” di Napoli. In questo periodo aiuti della divisione di Chirurgia
sono stati i dottori Domenico Damiano, Nicola Pezzullo (scomparsi di recente) e Raffaele Perrotta;
inoltre operavano saltuariamente alcuni specialisti in otorinolaringoiatria e in oculistica.
Nel 1975 le Suore, che avevano per decenni assicurata l’assistenza infermieristica nelle corsie, lasciavano
definitivamente l’Ospedale, sostituite oramai da una nuova generazione di parasanitari.
In questa epoca iniziava la trasformazione sofferta e contraddittoria della struttura edilizia da vecchio
monastero ad Ospedale, con lavori mai completamente finiti e che hanno portato alla distruzione
definitiva dell’antica “Pardinola” e del suo aspetto di convento. Al momento in cui scriviamo il
processo è ancora in atto con gli ultimi lavori iniziati nell’estate 1998, di cui si prevede la definitiva
ultimazione e la consegna fra circa tre anni, quindi nell’anno 2001.
Ma tornando alle vicende degli ultimi 20 anni, considerata la necessità che l’Ospedale diventasse una
struttura al servizio di 150.000 utenti, il presidente Teodoro Pezzullo, coadiuvato dal Direttore
Amministrativo Dr. Salvatore Moriello, affiancò alla Chirurgia lasciata da Carrillo ed affidata al
primario Dr. Mario Mantonico Santoro, la Medicina Generale, con l’affidamento di responsabilità al
prof. Vittorio Fabbrocini, la Ginecologia al Prof. Giuseppe Pezzullo, al Dr. Nicola Fontana, al Dr.
Biagio Ferro, al Dr. Vincenzo Vicario. Il Laboratorio di Patologia Clinica fu affidato al Dr. Mario
De Brasi la Radiologia fu affidata prima al Dr. Marcello Sasso sostituito, poi, del Dr. Agostino
Romano nei primi anni Novanta e l’Anestesia alla Dr.ssa Intrieri.
L’Ospedale, in questi anni di contraddizioni e di crescita non sempre lineare, pur soffrendo del clima
di provincialismo e dell’arretratezza socio-culturale della nostra zona, si arricchiva tuttavia della
professionalità di diversi giovani medici che concorrevano ad introdurre e sviluppare attività di alta
specializzazione tecnologica sanitaria, ma pagava il prezzo di una struttura edilizia inadeguata e di una
dissennata politica di sperpero e di clientele.
Alla fine degli anni ’70 il Dr. Domenico Damiano veniva nominato Direttore Sanitario e nello stesso
periodo, dal 1979 al 1981, vi fu il trasferimento temporaneo della struttura della Medicina e della
nuova Divisione di Pediatria, affidata al Dr. Raffaele Formicola e all’aiuto Dr. Alberto Galena, ad
Afragola presso l’Istituto Religioso S. Pio X .
Nel 1981, con D.P.R. n. 11598 dell’8 luglio, l’Ospedale “S. Giovanni di Dio” diventava Ospedale
della U.S.L. 24 di Frattamaggiore, che raccoglieva anche i Comuni di Frattaminore, Grumo Nevano,
Casandrino e S. Antimo, sotto la Presidenza prima di Pasquale Palmieri, poi di Nicola Esposito,
e successivamente di Pasquale Ratto, tutti esponenti della Democrazia Cristiana frattese, affiancati
da un Consiglio di Amministrazione con esponenti di diversi partiti politici provenienti dai paesi della
U.S.L. 24. In tale periodo si istituì la Divisione di Psichiatria, importante per il Servizio di Salute
Mentale, ma la complessità della situazione psichiatrica della zona rese duro e difficile il lavoro in
questo campo (ricordiamo i dirigenti Dr. Maisto in un primo tempo e poi il Dr. Gennaro Rogliani
in seguito).
Nel 1983, vista l’enorme richiesta dell’urgenza da parte dell’utenza, si istituiva l’Accettazione Medica,
sotto la direzione del Dr. Vittorio Russo, che rappresentava il primo nucleo organizzativo della Medicina
d’Urgenza, e la Chirurgia d’Urgenza sotto la direzione di Raffaele Perrotta. In questo periodo
cominciavano a formarsi, tra mille difficoltà, le prime esperienze di Emergenza Chirurgica.
Nel 1985 diventa primario di Ginecologia il Dr. Ettore Nappi. Agli inizi degli anni ‘90 avviene la
trasformazione in Azienda Sanitaria Locale, per cui l’Ospedale si trova ad essere l’unico presidio
ospedaliero in una zona di 400.000 abitanti; diversi Amministratori si susseguono alla guida e
ricordiamo il frattese Dr. Francesco Marchese, e poi di seguito i Dr.i Armando Carcaterra, Teresa
Napolitano, Commissario Straordinario e Gennaro D’Auria, Amministratore Straordinario; con la
gestione di D’Auria si è in realtà accelerato l’ultimo atto di trasformazione a vera struttura
ospedaliera.
Nel 1994 la Legge Regionale 2/1994 eleva il “S. Giovanni di Dio” a ruolo di Ospedale sede di PSA e
nel 1995 si insedia il nuovo Direttore Generale prof. Leonardo Antonio Distasi, coadiuvato dai
Dr. Gennaro D’Auria quale Direttore Sanitario e Girolamo Laudanna quale Direttore Amministrativo
della A.S.L. NA 3. Il posto del Dr. Domenico Damiano, Direttore Sanitario in pensione nell’anno
1997, viene nel corso degli ultimi due anni occupato prima dal Dr. Leopoldo Ponticiello, poi dal Dr.
Vincenzo Schioppi ed attualmente dal Dr. Giustino De Luca.
Come PSA la direzione generale riorganizza l’Ospedale “S. Giovanni di Dio” in questi ultimi anni,
affidando l’Unità Operativa di Medicina Generale al Dr. Innocenzo Russo, l’U.O. di Chirurgia
Generale al Dr. Michele Perrotta, l’U.O. di Ostetricia (solo quattro anni fa avviata) e Ginecologia
(figura 23) confermando il Dr. Ettore Nappi, l’U.O. di Pediatria al Dr. Leopoldo Ponticiello, l’U.O.
di Cardiologia con Terapia Intensiva Coronarica (inaugurata nel 1995) (figura 24) al Dr. Raffaele
Di Nola e al Dr. Eugenio Puzio, e la costituenda U.O. di Ortopedia al Dr. Geremia Oliva. Sono
poi presenti le Unità di Psichiatria affidata attualmente alla Dr.ssa Marinella Milanese e al Dr. Luigi
Mosca, il Servizio di Pronto Soccorso (con circa 70.000 prestazioni annue!!) affidato al Dr. Antonio
Atelli, il Servizio di Anestesiologia e Rianimazione al Dr. Vincenzo Schioppi, il Servizio di Patologia
Clinica e di Laboratorio alla Dr.ssa Anna Ferrazzani, il Servizio di Radiologia e TAC al Dr. Fulvio
Nardacchione. Direttore del servizio Amministrativo è il Dr. Pietro Sarnataro, coadiuvato da
Giuseppe Fiorillo ed Ida Acrimi.
Sono operanti inoltre i moduli di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva affidati al Dr. Francesco
Montanaro; quello di Epatologia al Dr. Luigi Caserta; quello di Endocrinologia al Dr. Antonio
Salomone; quello di Chirurgia Biliare al Dr. Vincenzo Lombardi; quello di Allergologia Pediatrica
al Dr. Pietro Caiazzo; quello di Ostetricia al Dr. Franco Lanzillo. Responsabile dell’Ambutatorio
di Oncologia Medica è infine il Dr. Salvatore Del Prete e del Servizio Trasporto Infermi (legge 118)
è il Dr. Ercole Antonio Rossi; Responsabile del Servizio di Fecondazione assistita è il Dr. Costantino
Del Prete. Naturalmente tanti altri medici e soprattutto operatori parasanitari lavorano in una struttura
così complessa, in questo periodo in rapida ristrutturazione (figure 25, 26, 27), la cui definitiva
sistemazione, assieme a quella dell’Area di Parcheggio antistante, curata dagli ingegneri Dr. Luigi
De Vita e Gaspare Crispino, dovrà portare nei tre anni previsti la struttura del P.S.A. a una
possibilità ricettiva di 160 posti letto circa. Nella organizzazione definitiva alle Unità Operative sopra
citate si dovranno aggiungere nell’Area Funzionale Medica quelle di Geriatria e di Oncologia
Medica.
Ciò fatto l’Ospedale assumerà definitivamente la dignità ed il ruolo per cui è stato modificato ed
organizzato nel corso degli anni.
L’Ospedale S. Giovanni di Dio, nell’antico rione di Pardinola, è veramente un bene comune di
notevole valore per la vasta cerchia di Comuni che ad esso fanno capo, Arzano, Caivano, Cardito,
Casavatore, Casandrino, Casoria, Afragola, Frattamaggiore, Frattaminore, S. Antimo, Grumo
Nevano; una gloria autentica per Frattamaggiore che, al di là di meschine beghe in merito a confini
territoriali, assolutamente improponibili, l’ha tenacemente voluto da anni lontani e che, dal 1873, ne
ha curato il funzionamento, senza mai restringerne l’accesso ai soli suoi cittadini, fino ad ottenerne
l’inserimento a pieno titolo nell’attuale ordinamento sanitario.
