LA MACCHINA SANITARIA DEL VICEREAME SPAGNOLO
DURANTE LE EPIDEMIE PESTILENZIALI DEL PRIMO '500
IN NAPOLI E NEI CASALI NAPOLETANI
“La vita ritorna nel solco della morte, come la luce ritorna sui passi della notte ! ” (San Bernardo)
Dopo la grave pandemia del 1348 la Peste si fermò endemicamente in Italia, manifestandosi in
forma epidemica cinque volte nella seconda parte del XIV secolo, due volte negli anni venti e due
negli anni settanta del XV secolo, ancora due volte nel secolo XVI ed infine due volte
nel XVII secolo (1) (2).
I Governi degli Stati italiani fecero scarso tesoro delle esperienze accumulate nelle prime epidemie
e non prestarono attenzione ad attuare una corretta prevenzione, non privilegiarono l’igiene
sociale, non cambiarono le disumane condizioni urbanistiche delle città medievali.
In modo particolare le condizioni urbanistiche, sociali ed igieniche di Napoli e dei Casali Napoletani
nel XVI secolo non erano di molto migliorate rispetto a quelle dei due secoli precedenti, sì che
“la gamma dei miasmi nauseabondi che ammorbavano la città medievale e rinascimentale
era pressocchè infinita” (3). Nelle case mancavano i servizi igienici e non vi era acqua corrente,
i canali di scolo andavano direttamente sulle strade, abbondavano i pozzi neri, quasi sempre
ricolmi e traboccanti liquami; la gente era abituata a “buctare sporcizia e bructure in loco
donde poter dare fetore a le case o finestre de la cita” (4). All’attecchimento delle pulci del
ratto e dei pidocchi contribuivano le scarse pulizie personali e domestiche, anche nei ceti abbienti,
ed inoltre non vi era che una primordiale organizzazione di igiene e sanità pubblica.
L’aspettativa media della vita di un abitante di Napoli o di un tipico Casale napoletano rurale
non superava i 40 anni, dominava una spaventosa mortalità degli infanti e delle donne nel periodo
gravidico e postpartum. E naturalmente vi era il terrore dei gravi eventi naturali ed atmosferici,
e difatti la siccità, le piogge torrenziali, le grandinate, il freddo distruggevano spesso le colture,
inficiando i raccolti, la stessa stabilità delle povere case e naturalmente la salute.
All’inizio del secolo XVI la società napoletana aveva una struttura ancora quasi di tipo
medievale, nella quale i privilegi ed i diritti erano esclusivamente dei nobili e dei ricchi, mentre
i meno abbienti e le popolazioni rurali erano sfavoriti e soffocati da una organizzazione
amministrativa, fiscale e giudiziaria iniqua. I potenti consideravano la povertà e le malattie
della povera gente quali elementi assolutamente naturali e necessari dell’ordine stabilito nel
disegno divino, e la loro esistenza per lo più arrecava solo fastidio e disgusto. Ecco le ragioni
per cui venivano abbandonate al proprio destino durante le epidemie pestilenziali.
Il susseguirsi implacabile di epidemie per quattro secoli sconvolse sistematicamente l'intero
impianto della società e della medicina che, costretti dagli eventi ad interessarsi ufficialmente
del sociale, non ebbero la capacità e la volontà di acquisire i mezzi e l’organizzazione per
difendere la popolazione. Al pari della lentezza del progresso delle condizioni socio-sanitarie,
così lentamente e male si mosse la primordiale macchina sanitaria quando venne chiamata ad operare.
Nel Regno di Napoli e soprattutto nella Capitale questa disorganizzazione fece sì che, durante
le carestie e le epidemie pestilenziali nel corso del XVI secolo vi fossero decine di migliaia
di vittime.
Nonostante la lentezza della “macchina” sanitaria, quale elemento positivo vi è da osservare
che le epidemie ed il pauperismo in tutta l’Italia Rinascimentale posero in primo piano la
necessità di stabilire principi informatori di una corretta gestione sanitaria, e così tra tante
contraddizioni “il Cinquecento resta il momento delle grandi scelte, tanto più significative
quanto più riscontrabili sul piano europeo e rappresentative, per molti versi, di un punto
di non ritorno. Nel tentativo di risolvere il problema dei poveri e della povertà, si fa strada
un grande sforzo di controllo e di organizzazione” (5).
Tale problematica investì anche il Regno di Napoli, nel quale le risposte per adeguarsi alla nuova
realtà giunsero, però, con notevole ritardo ed approssimazione.
In tale periodo la scienza medica italiana e in particolare quella napoletana, per la rinnovata
coscienza rinascimentale del rispetto della dignità umana, pose in primo piano il ritorno alla
medicina antica ma, così facendo, perpetuò le errate convinzioni galeniche e ritardò l’affermazione
del progresso scientifico. “Purtroppo le malattie non sono sempre le stesse, ma nascono,
crescono, resistono, declinano. Scompaiono come le teorie mediche e le loro applicazioni” (6).
Per affrontarle il medico napoletano del ‘500 avrebbe dovuto avere non solo la teoria, ma
passare al mondo pratico ed allo studio sperimentale in collaborazione con altri medici ed
altri scienziati. Ciò non avvenne e per questo motivo, nonostante gli studi e le osservazioni
dei medici del tempo, si tendeva a definire la Peste e le altre epidemie (l’influenza, la
salmonellosi, il tifo petecchiale, etc.), tutte indistintamente come “febbri pestilenziali” (7), a
dimostrazione di come sulla peste il blocco della medicina medioevale e rinascimentale
fosse veramente totale (8).
Non trovandosi una spiegazione razionale alla violenza della malattia e conseguentemente le
terapie adatte, per evitare il contagio e la morte tutte le persone ricche e quasi tutti i sanitari
abbandonavano le popolazioni delle città in balia del morbo.
Già nel secolo XV gli Aragonesi in Napoli avevano sistematicamente scaricato cinicamente
sui popolani il governo della peste, convinti in buona o cattiva fede che essa colpisse
prevalentemente il popolo, ma non i potenti per la loro “superiore natura” e soprattutto per
la rapidità con la quale si dileguavano allontanandosi dal contagio. Il governo decise che agli
Eletti dei nobili toccava solo predisporre le finanze per il governo della peste e spendere le
limitatissime risorse economiche disponibili; anzi fino al 1530, cioè fino all’istituzione della
figura del Protomedico, il controllo su medici, chirurghi, barbieri, speziali, infermieri e monatti
fu compito dell’Eletto del Popolo.
Alla fine del XV secolo, dal 1492 al 1493 la peste colpì la città di Napoli ed i Casali, che
furono lasciati, come sempre, al loro destino dal cinismo criminale dei Regnanti aragonesi e
dei nobili, così che perirono circa 75.000 persone, quasi i due terzi della popolazione (9). Solo
gli aversani ed i frattesi riuscirono in gran parte a salvarsi dalla grande epidemia e ciò avvenne
solo grazie al temporaneo trasferimento del Re e della sua Corte in Aversa e della Corte della
Vicaria in Fracta Major: una ferrea cintura di sicurezza si stabilì attorno ad Aversa ed a Fracta
per la difesa e l’incolumità del Re, dei suoi cortigiani, dei Giudici della Vicaria e del personale addetto (10).
Negli altri Casali ed in Napoli, invece, fu una strage: la morte di decine di migliaia di persone
fu naturalmente “una perdita notevole, alla quale seguì uno scollamento delle attività
economico-commerciali della città ed un ulteriore impoverimento dei popolani superstiti,
con un aumento consistente di famiglie sconvolte dalla epidemia e di poveri e vagabondi” (11).
Inoltre la vicinanza alla popolosa Napoli (con il via vai dei lazzari, dei mendicanti, dei venditori
di roba vecchia, dei contadini, dei commercianti) rendeva più facile l’attecchimento delle
malattie infettive, spesso altamente epidemiche come l’influenza, le salmonellosi, il tifo petecchiale,
le quali incidevano in modo negativo sull’indice demografico. Difatti spesso carovane composte
da interi nuclei familiari si spostavano da un casale all’altro, da Napoli ai casali, “privi
d’indumenti, di vitto e di tutto” e durante i loro trasferimenti “dormivano nelle campagne
sulla nuda terra” e mangiavano di tutto, “soprattutto pure sostanze erbacee cotte e
condite con il sale e l’olio“ e perfino “di erba non cotta“. Questi miserabili “portavano
seco il semenzajo di putrido e corrruttorio veleno, che chiuso ne’ loro vasi operava
l’interna loro ruina, e che rattenuto su’ loro cenci, favorito dalla miseria e dalla
impulitezza, ed indi esalato dal loro corpo riempiva l’atmosfera di pernizioso putrefacente
vapore…. I cenci, le lacere impure camicie, la sudice pele de’ miserabili che vennero
ad infelicitarci, furono per noi ciocchè le paludi, gli stagni e e le sostanze settiche per
quelle genti che sono in circostanza di soffrirne l’azione“ (12).
Guerre, carestie ed epidemie nel Napoletano nei primi decenni del XVI secolo
Nonostante l’impoverimento generale e la scarsità della manodopera dopo la peste del
1492-93, negli anni tra il 1506 ed il 1509 si continuò l’imposizione di gabelle e di donativi,
pretesi dal Regno di Spagna ai propri sudditi del Regno di Napoli per le sue strategie
militari europee. Queste imposizioni portarono alla crisi ed alla fame la popolazione, cui
seguirono l’aumento di una drammatica conflittualità sociale e di una diffusa criminalità;
questo innescò una spirale di violenza e generò un clima di terrore e forti tensioni in
seno al governo.
Il quadro fosco di inizio secolo è simile a quello del secolo precedente. Nel 1503 dopo la
caduta degli Aragonesi si insediò il primo viceré spagnolo, Consalvo di Cordoba,
mentre imperversava la peste ad Ischia, Procida, Nola e nel circondario, per cui nel
febbraio del 1505 i cittadini Nolani chiesero alla Sommaria di pagare meno tasse e
quindi di procedere alla revisione dei “fuochi”, perché nell’anno precedente “so’ morte
de le persune secte milia” (13). L’anno dopo iniziò un periodo di carestia in tutto il Regno
di Napoli che si protrasse fino al 1508, e fu di tale violenza che nella Città di Napoli e
nei Casali “seccarono tutti li puzzi di Napoli per 10 mesi, che mai non fo tale nel
Regno di Napoli“ (14).
Nel 1510 a Napoli vi furono violente agitazioni popolari perché gli Spagnoli volevano
introdurre la Sacra Inquisizione e poi un’altra carestia grave seguì nell’anno 1515 (15).
Nonostante ciò tra il 1520 ed il 1525 gli spagnoli accentuarono i prelievi fiscali.
Nel 1522 diventò Viceré di Napoli Charles de Lannoy, il quale fu l’unico regnante del ‘500
ad avere una statura di statista ed a mostrare sensibilità ed umanità. Egli fece capire
all’Imperatore di Spagna, Carlo V, che per risollevare la grave situazione socio-economica
e sanitaria del Regno di Napoli ci volevano persone competenti e fidate, per altro difficili
a trovare, perché vi era un crescente clima di ostilità verso la monarchia spagnola, aggravato
dal fatto che nell’ambito del patriziato cittadino e del baronaggio si nutrivano simpatie per i
nemici francesi. Il Lennoy intuì che, solo se si fosse proceduto al ridimensionamento dell’abusivo
potere dei baroni e se si fosse riorganizzato l’apparato civile e burocratico, sarebbero
conseguiti sia il consolidamento della monarchia sia il favore della popolazione e per
perseguire questo fine, durante il suo governo si adoperò in rutti i modi per correggere
le distorsioni amministrative, giuridiche, fiscali, sanitarie ed economiche del Regno. Intanto
nel 1522 la Peste imperversava in Roma e nel 1523 vi erano serie preoccupazioni negli
Eletti della Città di Napoli che potesse qui giungere.
Essi scrissero ai responsabili di tutte le città demaniali (soprattutto dei Casali napoletani) e
baronali di vietare i raduni per le fiere e le giostre, le riunioni nelle chiese e le processioni,
di chiudere le scuole. Nello stesso tempo consigliarono di stare particolarmente all’erta
in alcune città come Aversa e Capua, luoghi di passaggio obbligato per chi voleva
raggiungere Napoli: in queste città, difatti, la venalità degli amministratori e delle guardie
rendeva meno attenta la sorveglianza (16). Per tutti questi problemi il Lennoy non solo ascoltò
i consigli degli Eletti, ma sorprese tutti perché fu il primo dei Vicerè di Napoli, che non
fuggì da Napoli per coordinare tutte le azioni e difatti “Interessi privati maltrattati,
diritti personali conculcati, interventi su questioni patrimoniali, lo ritrovarono
egualmente sollecito a richiamare l’intervento dei funzionari competenti affinché
trovassero la giusta soluzione. Ciò rientrava certamente nell’orientamento politico
generale di far sentire comunque e dovunque la presenza dell’autorità regia.” (17). Pur
tuttavia questo non bastò a fermare la corruzione dilagante, con la quale si permetteva
l’entrata continua ed illegale in Napoli di persone e commercianti con falsi patenti di sanità.
Nel febbraio del 1523 si sparse la voce che nella città di Napoli già alcuni casi di peste
si fossero verificati. Ad aggravare il malanimo del popolo napoletano il Vicerè si accorse
che i fornitori di grano napoletani e dei Casali, ad un’attenta verifica, si stavano accaparrando
il grano, così che la scarsa fornitura cominciò a provocare notevoli dissensi in Città.
Nel ‘500 avveniva spesso che, allorquando si profilava all’orizzonte una crisi annonaria,
alcune università dei Casali napoletani, tra cui anche quella di Fratta Major, erano restie
a consegnare gran parte delle provviste di farina, e questo per due motivi, da una parte
per la paura della carestia e della propria sopravvivenza e dall’altra per gli interessi
degli speculatori che speravano di fare maggiori profitti.
Perciò egli inviò il commissario Roderigo Pignalosa ad ispezionare i siti di raccolta del
grano soprattutto dei Casali napoletani, laddove vi erano numerosi panificatori, e gli ordinò
di arrestare e punire gli speculatori “procurando con omne esactissima diligentia de
fare condurre da li lochi predicti tucta quella et più quantità de farina che serrà
possibile per la grassa predicta a ciò che per tale divolgacione non se ne habia
da patere penuria in dicta Cità” (18).
Nella primavera del 1523 oramai la Peste imperversava alle porte di Napoli, per cui fu
ordinato di chiudere tutte le taverne attorno a Napoli, onde non accogliere i visitatori.
Intanto i Casali, tra cui quello di S. Antimo, inviarono sempre meno pane e farina,
scatenando ancora di più il disappunto del potere centrale “Carolus, etc… ad tucti et
songuli baruni, gubernaturi, auditori, capitanei, universitari, sindici, electio,
gabelloti, guardiani de passi, ponti et scafe et altri ali quali la presente pervenerà
o specterà la gratia regia et bona voluntà tanto demaniale como de baruni. Per
quanto avemo ordebato ad tucti quelli di Santo Antamo che fanno pane che vadano
comperando grani et farine per farene pane et portarlo in Napoli per la grassa de
dicta Cità.Pertanto ordenamo et comandiamo ad tucti li predicti ... che non facciano
pagare gabella né passo come ja sonno immuni quelli che portano la grassa predicta
in dita Cità et non se facciano lo contrario se amano lo servicio de dicte Maiestati,
bebefitio de questa Cità et de tucto lo regno et ad pena de mille ducati ... Datum
in Castel novo Neapolis die decimo martii MDXXIII” (19).
In questo torbido scenario politico e sociale, nel 1526 dall’Italia Centrale e da Roma la
Peste veramente discese e si insinuò in Aversa e dintorni (20), e per tale motivo nel settembre
gli Eletti di Napoli, preoccupati, fecero pressanti richiami alle varie università attorno a
Napoli perché si attivassero per curare i colpiti dal flagello. I popolari protestarono perché
alle porte le guardie rispondevavo solo ai nobili e vi era il timore che facessero entrare
per soldi gli appestati.
Naturalmente la Peste dilagò e nel giugno dell’anno seguente, con i napoletani prostrati
dall’epidemia, i deputati al governo della Peste, Galiaczo Cicinello e Paulo Calamazzo
inviarono il 28 giugno 1527 una nota scritta al Viceré chiedendo maggiori mezzi finanziari
ed organizzativi, la quale recitava: ”Nui, sino a che haverrimo modo per possere
supplire a li bisogni, non fuggiremo qulasevoglia pericolo de la vita, benché fossimo
certi morirence per servizio ad Soa M.tà, V.Ill.S. et beneficio e la patria nostra,
ma non avendo comodità de possere più resistere, serrimo necessitati abbandonare
la cità et omne uno pigliarese lo camino suo, perché li denari de lo M.co Barone
Thelosa, credimo che serranno un poco tardi, et nui non havimo modo alcuno de
possere più intertenere la povera gente che se moreno de fame dentro le case serrate,
et non troviamo chi volesse comparare o fare partito alcuno de li intrati de la cità,
per non averno procura dali piazze nostre…” (21).
L’eletto del Popolo Girolamo Pellegrino ebbe ampi poteri per provvedere all’annona e
tener lontano il contagio (22). Intanto nel settembre 1527 ad Aversa si fermò, nel suo viaggio
verso Napoli, e qui morì Charles de Lannoy, per un morbo che aveva contratto qualche
giorno prima a Gaeta e che quasi sicuramente non fu peste ma forse una febbre tifica
o virale influenzale, dato che venne assistito dalla moglie (23).
Il Nuovo Vicerè don Ugo de Moncada ereditò una situazione precaria, aggravata dal
fatto che i francesi erano alle porte di Napoli. Ma non imitò in alcun modo l’impegno ed
il comportamento del suo predecessore, ed anzi si comportò come un criminale.
Nell’aprile del 1528 le truppe francesi di Lautrec stavano sopraggiungendo dalla Puglia,
dove vi erano casi di peste, verso Napoli per assediarla e saccheggiarla. Nonostante le
vibrate proteste delle autorità napoletane, si erano rifugiati nella città diverse migliaia di
soldati in prevalenza spagnoli, che cercavano riparo dalla furia dei francesi, e che avrebbero
dovuto pure proteggere Napoli dagli assedianti. Il Moncada emanò, in data 30 aprile,
un decreto “criminale” che si rivolse solo contro la povera gente, tra la quale in quel
periodo imperversava un’epidemia di tifo.
Dal momento che le truppe assediate abbisognavano di vettovagliamenti, con il suddetto
decreto furono “caziate da quelli di dentro un gran numero di donne e di genti
povere et inutili, che sono parecchie migliaia di persone, per risparmiare il vivere
per le genti di guerra“ e tra “el magior rumor et pianto del mondo tutti li contadini
et gente del paese che si erano renduti in quella terra che erano più di 2000 persone
tra uomeni et donne“ (24). Questa persone scacciate e malate “divennero spargitori di
peste nella loro affannosa ricerca di cibo e protezione” e furono sicuramente molti
di questi che giunsero prostrati nei vicini Casali a chiedere aiuto e cibo, contribuendo
a spargere il contagio nella comunità.
Il Moncada fu ammazzato durante la battaglia navale con le navi genovesi al largo di
Salerno.
In quest’anno per di più, non avvenne il Miracolo di s. Gennaro, dal quale fatto l’intera
popolazione trasse presagi nefasti (25). Nel 1528, alla fine di questa epidemia di peste, si
sarebbero contate, secondo i cronisti, circa 60.000 vittime in Napoli e Casali (26).
La epidemia ebbe un effetto nefasto su alcuni casali tra cui Fracta Major, ed in questo
caso non restava che alla povera gente ed anche a quella ricca di votarsi ai propri santi
protettori. Sul frontale della chiesetta frattese di S. Giovanni Battista sotto l’arco marmoreo
del frontespizio vi erano dipinte le immagini di S. Francesco di Assisi e di S. Rocco e sotto
si leggeva l’iscrizione (27) purtroppo andata perduta, “Mirabella dello Preite fieri fecit ob
eius devotionem, quam habuit tempore pestis 1528. A filio renovatus 1588” (28).
Ma già S. Rocco era venerato come santo protettore in tempo di peste nel casale di
Fracta Major, tanto è vero che nella visita del vescovo Carlo I Carafa, nel luglio 1621
alla parrocchia di S. Sossio, egli riportò che nella parete a sinistra dell’altare maggiore
vi erano le immagini di S. Giuliana, S. Sebastiano e S. Rocco con la scritta “Provvida
Fasanella de Presbitero construi curavit anno 1510” (29).
Ma non solo la peste nel 1528 la Peste fece strage. Scrisse Gregorio Rosso: ”L’anno
1528 fu infelicissimo a tutta Italia, particolarmente allo nostro Regno di Napoli,
perché ci furno tre flagelli de Iddio, guerra, peste e fame” (30).
In questo anno si aggiunse una carestia ed anche una epidemia di tifo che cessò
nel 1529 (31).
Nel 1530 un’altra grave epidemia di peste colpì la provincia Napoletana e finalmente fu
istituita la figura del Protomedico, a cui stranamente non competeva il governo della peste (32).
Nel 1531 il ceto dominante si dimostrò ancora cinico e privo di scrupoli: di fronte alle
difficoltà economiche persino ad ingaggiare in Napoli un altro medico da affiancare
all’unico medico deputato a fronteggiare le necessità di una popolazione di 100.000
abitanti, non vi furono impegni in favore della popolazione ammalata e morente!
Pur con questa approssimazione e con pochi mezzi economici in Napoli ed in tutti i
Casali si dovette far fronte ad organizzare l’isolamento degli infetti, il trasporto delle
salme e la loro sepoltura in fosse comuni o sotto le chiese pubbliche. Ma in realtà la
gente era abbandonata al proprio destino! Nel frattempo invece di porre riparo, i
rappresentanti del Governo ricorrevano alle minacce; come descritto da un anonimo
cronista del tempo, volendo Girolamo Pellegrino, uno degli eletti, farsi temere, fece piantare
un paio di forche davanti le Croci di S. Gennaro e minacciò (in un bando pubblicato a
Napoli ed in tutti Casali) di impiccare sia “il primo che tiene la peste e non s’inserra e
camina per la città” per la città sia i medici, barbieri e cerusici che avessero trattato in
segreto gli appestati. Inoltre si organizzarono “un manigoldo ed altri officiali di
giustizia con grandi apparecchi di muli e muletti per carriare li morti appestati.
Perché s’era subito aumentata la peste per dentro e fuora li casali e per le massarie
convicine della città, che non si potevano interrare, e restavano le case piene
due e tre di morti” (33).
Poi dopo tutte queste tragedie, in quest’anno finalmente furono scelti in Napoli i due
deputati a vita per il governo della Peste, che al loro atto di investitura proclamarono:
“Noi electi de la inclita e fedelissima cità de Napoli, avendo avuto ordine de le
Piaze nostre de provvedere de dui officiali circa lo governo della peste, ...
ordiniamo ... che habbiati da vacare continuamente de dì et de nocte al esercitio
et bisogno de la Peste ... che al tempo che in questa cità de napole et suo distritto*
sarà la contagione de la peste, voi labiati da servir gratis e senza pagamento alcuno,
azò siati più sollecito ad extirpare presto lo morbo de la cità.” (34), mentre il pagamento
delle spettanze sarebbe avvenuto solo alla fine dell’epidemia.
E così trascorsero i primi trent’anni del secolo XVI. Dagli anni trenta alla metà del ‘500
viene riportato nelle cronache un moderato allentarsi dei fenomeni epidemici, e si ebbe
un discreto aumento della popolazione di Napoli e dei Casali napoletani. Nel secolo
XVI le contraddizioni, manifestatesi nel ‘400 ed all’inizio del ‘500, nei rapporti tra Napoli
ed i Casali limitrofi si attenuarono in parte nel lasso di tempo che andò dal 1532 fino alla
metà del secolo. I Casali oramai non erano più villaggi, ma vere e proprie città, ed anche
se vigeva uno sfruttamento notevole della manodopera rurale, pur tuttavia si riuscì ad
aumentare la produzione in tutti i campi, i risparmi e gli investimenti; conseguentemente
la popolazione cominciò ad aumentare nuovamente, come attesta la numerazione
dei fuochi del 1532.
Nell’estate 1544 scoppiò a Napoli una febbre epidemica, quasi sicuramente non la
peste, la quale produsse morti anche in famiglie altolocate come quella dei De Spenis,
i quali già possedevano case e proprietà nel Casale di Frattamaggiore. Ma leggiamo
nella ”Breve Cronica di Geronimo De Spenis“ (35) il passo che riguarda questo evento,
perché da esso si evince che nel settembre egli torna a Frattamaggiore soprattutto per
sfuggire all’epidemia napoletana: “Del mese di luglio et augusto 1544 de mercoledì
circa XXI hora morse m. Virgilio de Spenis, mastrodatti de la Vicaria et se sepellio
ad S. Catharina de fromello; requiescat in pace amen. A lì de augusto Io, hieronymo
de Spenis me partive da la casa de m. Bernardino de Spenis et andai a stare
insieme con m. Ambrosio mio fratello, perché morto fo m. Virgilio, m. Bernardino
andò ad abitare ala casa de m. Virgilio et la casa sua la allogò. Del mese de septembre
1544 Io hieronimo de Spenis me partio da napoli et andai ad abitare in fratta magiore
alla casa mia, una con mia matre et fratelli con intemptione de servire Iddio
nostro Signore”.
Intanto sempre la carestia, la fame, le guerre, le violenze e le sopraffazioni continuarono
a rendere dura la vita dei Napoletani del ‘500. Difatti nel 1552 la maggior parte dei
nobili chiese ed ottenne “l’intervento dei francesi e degli ottomani nella speranza
di scacciare da Napoli gli spagnoli ed i loro criados, i popolani o borghesi letrados
che erano stati posti a prevalere palesemente nel governo del Regno. La capitale
corse allora un pericolo mortale” (36). Questo influì sulla decisione spagnola di accentuare
il formalismo burocratico e repressivo, fomentando la corruzione in tutti gli apparati statali
e facendo assurgere a tecnica di governo l’inganno e la dissimulazione. La stessa “macchina
sanitaria“ non subì miglioramenti per cento anni: da qui l’annunciato disastro della Peste del 1656.
Francesco Montanaro
Note:
(1) C. M.Cipolla, Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture
sanitarie nell’Italia del Rinascimento, Bologna 1986
(2) Muralti: Annalia Medionali, 1861 citato da A. Corradi, Annali
delle epidemie in Italia dalle prime morie al 1850, Bologna 1865
(3) C. M. Cipolla, già citato.
(4) C. M. Cipolla, già citato.
(5) E. Bressan, L’Hospitale ed i poveri. NED, Milano 1981.
(6) G. Cosmacini, Storia delle medicina e della sanità in Italia.
Laterza Editore. Bari 1987
(7) C. M. Cipolla, già citato.
(8) Citato da L. Felci, Francesco Petrarca, Erasmo da Rotterdam
e la Medicina, Bergamo 1975
(9) G. Passero, Giornali, Napoli 1785.
(10) F. Montanaro, Il Casale di Fracta Major e le epidemie pestilenziali
nel XIV e XV secolo, Rassegna storica dei Comuni. N. 106- 107: 44; 2001.
(11) P. Lopez, Napoli e la Peste 1464-1530, Jovene Editore, Napoli 1989.
(12) M. Sarcone, Istoria de’ mali osservati in Napoli nell’intero corso
dell’anno 1764, Stamperia Simonea, Napoli 1765, pag. 320.
(13) ASN Sommaria, Partium, vol. 61, ff 136v-137r.
(14) G. Passero, citato, pag. 148.
(15) D. A. Parrino, Teatro eroico e politico de’governi de’ Vicerè del
Regno di Napoli, Gravier Napoli 1770,. vol. I pag. 56.
(16) L. Sirleo, La Peste di Napoli, doc. XIX, 1910.
(17) P. Lopez, Napoli e la Peste 1464-1530, Jovene Editore 1989
(18) ASN, Collaterale, Curie, vol. 8; ff, 110v.111r.
(19) ASN, Collaterale, Curie, vol. 8 f.123r.
(20) L. Sirleo, citato, doc. XXVII e XXXI.
(21) P. Lopez
(22) G. Coniglio, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo V, Napoli 1951
(23) M. Sanuto, I diari, Vol.46, col.222, Venezia 1896.
(24) G. Rosso, Istoria delle cose di Napoli sotto l’impero di Carlo V,
Napoli 1770, pag. 22.
(25) G. Rosso, citato.
(26) G. Passero, citato, pag 216.
(27) P. Ferro, Frattamaggiore sacra,Tip. Cirillo Frattamaggiore 1974.
(28) Mirabella Del Prete fece seguire per sua devozione durante la peste
dell’anno 1528. (I dipinti) sono stati fatti riprendere dal figlio nell’anno 1588.
(29) P. Ferro, citato.
(30) G. Rosso, citato.
(31) F. Trinchera, Degli archivi napoletani, pag.464, Napoli 1872
(32) Questi, posto al centro della disastrosa organizzazione sanitaria quale
principe dei medici, in quanto superiore a tutti gli altri “nella filosofia naturale, logica, teorica e
pratica di medicine”, aveva un potere immenso, quasi sempre concesso dai regnanti solo a pagamento
o per favori. Vi era un Protomedico per ogni provincia ed erano di sua competenza tutti i problemi
sanitari, dalla nascita alla morte, dal controllo alla vendita dei farmaci e dei veleni ... A questi era
deputato il controllo di quanti svolgevano attività sanitaria (medici, cavadenti, levatrici, erboristi,
barbieri, chirurghi-cerusici) e che producevano e vendevano farmaci (spezierie e speziali). I medici
somministravano farmaci composti nella farmacia dagli speziali, prescrivevano di frequente i salassi,
che generalmente erano praticati dai barbieri. Importante era il rapporto del Protomedico con i
farmacisti (o speziali), visto che la farmacia del tempo era prevalentemente galenica e quindi l’errore
umano era possibile, per cui si dovevano accertare la preparazione professionale dei farmacisti e la
qualità delle medicine preparate. Per diventare speziali si dovevano avere i seguenti requisiti: essere
nati da matrimonio legittimo, essere battezzati, essere esenti da pene, essere bravi in grammatica, ed
aver fatto tirocinio con un esperto speziale. Per aprire una spezieria si doveva dimostrare, con l’attestato
degli eletti e del Sindaco della città, di possedere almeno 500 ducati di sostanza e si dovevano
perfettamente conoscere tutte le sostanze buone e cattive, oltre a saper preparare i medicamenti
(lozione, cottura, mescolanza, triturazione, etc.).
(33) Anonimo, Racconti di storie napoletane in ASPN.XXXIII (1908), pag. 667-668.
(34) L. Sirleo, citato.
(35) B. Capasso, Breve Cronica dal 2 giugno 1543 al 25 maggio 1547 di
Geronimo de Spenis di Frattamaggiore, in “Archivio storico per le Provincie Napoletane”, Società
di Storia Patria - 1887 Anno II, Forni editori, Bologna.
(36) R. Pilati, Officia Principis, Jovene Editore, Napoli 1994.