I Longobardi, S. Arcangelo e S. Giorgio
Una antica saga longobarda racconta che in tempi remotissimi la terza parte del popolo
dei Winnili abbandonò le sedi originarie della Scandinavia sotto la guida di due principi
fratelli, Ybor ed Aione, e della loro madre Gambara, che aveva la facoltà di parlare
con gli dei. In una terra vicina al mare, nella parte settentrionale dell’attuale Germania,
furono affrontati dai Vandali che intimarono loro la sottomissione. I guerrieri winnili
erano pochi ma valorosi, pronti anche a morire pur di non sottomettersi. Gambara allora
si rivolse a Freia, moglie di Wotan (1), signore degli dei, chiedendo la vittoria per il suo popolo.
Seguendo i consigli di Freia i guerrieri winnili si disposero all'alba in modo da avere il
sole alle spalle ed insieme a loro si posero le donne con i capelli sciolti lungo le guance,
in modo da sembrare uomini con la barba lunga. Poi Freia girò il letto di Wotan verso
oriente e lo riscosse dal sonno, di modo che il dio esclamò: ‘Chi sono queste lunghe
barbe?’. Freia allora lo esortò: ‘Come hai dato loro il nome, dà ad essi anche la vittoria!’ (2)
Nella leggenda che dà origine al nome e alla prima vittoria dei Longobardi si evidenzia
il timore ed il rispetto particolare che questo popolo aveva per Wotan, dio della tempesta
e della guerra e signore degli dei e degli uomini.
Dopo aver vissuto per circa quattro secoli (I-IV sec. dopo Cristo) nei territori nord-orientali
della Germania, temuti nonostante il loro piccolo numero fra i popoli germanici vicini,
quando nel V secolo si spostarono in Pannonia, nelle terre dell’attuale Ungheria, ed ebbero
i primi contatti con la civiltà romana orientale, detta comunemente ‘bizantina’, gradualmente
trasposero nel Santo Michele Arcangelo, ‘principe delle milizie celesti’ (3), che con una spada
fiammeggiante dava esecuzione alle volontà divine, il culto del dio guerriero Wotan (4). Il
nome Michele deriva dall'ebraico ‘Mi ke Elhoìm?’, che significa ‘Chi come Dio?’.
Nell'Apocalisse l'Arcangelo Michele è il capo degli angeli fedeli a Dio che scacciano dal
cielo il drago e i demoni ribelli. San Michele nei dipinti e nelle sculture è di solito raffigurato
con la spada sguainata mentre calpesta il diavolo nelle sembianze di un drago (5). E' del tutto
comprensibile quindi che i longobardi sotto l'influsso culturale dei bizantini, nel momento
in cui si avvicinavano al cristianesimo, ne assimilavano in primo luogo gli aspetti che più
si avvicinavano alle loro attitudini guerresche.
Nel 568 inizia l'invasione longobarda dell'Italia e dopo solo due anni già vi è il primo duca
di Benevento, Zottone. Secondo la tradizione più volte in battaglia S. Michele Arcangelo
accorse in aiuto dei longobardi di Benevento (6).
In segno di devozione i Longobardi di Benevento fondarono sul Gargano, vicino
Manfredonia, un monastero dedicato a S. Michele Arcangelo (Monte S. Angelo). Nei
sotterranei di questo santuario sono state scoperte ben 165 iscrizioni anteriori all'869,
anno in cui il santuario fu saccheggiato dai saraceni. Le più antiche iscrizioni risalgono
all'epoca dei duchi Grimoaldo I (647-71) e Romualdo I (673-87). La maggior parte
dei nomi nelle iscrizioni sono di laici, anche gli stessi duchi citati, e ciò avvalora largamente
il significato guerriero che si attribuiva a questa mitica figura di arcangelo (7).
In Campania, i Longobardi dedicarono la Chiesa già tempio di Diana Tifatina, sul monte
che sovrasta Capua antica, a questo loro potente protettore (S. Angelo in Formis). Anche
la Chiesa di Casertavecchia (Casa Yrta; il centro già esisteva nell'anno 880 secondo la
testimonianza di Erchemperto (8)) è dedicata a S. Michele Arcangelo, che è pure uno dei
protettori di Caserta. Alla stesso arcangelo è dedicato anche il Santuario di S. Angelo
a Palombara sulle colline che sovrastano Cancello ed Arienzo. In questo luogo trovarono
un primo rifugio i profughi da Suessula, l’antica cittadina di origine osca sita circa un
chilometro a sud-ovest di Cancello, allorché questa fu distrutta dai Napoletani nell'anno
880, come ci testimonia Erchemperto ed è riportato da Nicolò Lettieri (9). Nella stessa
Suessula la Chiesa principale era dedicata a S. Michele Arcangelo (10).
I Longobardi tentarono fin dal loro arrivo in Campania di sottomettere Napoli. Il loro
primo assalto in grande stile fu condotto nel 581 congiuntamente dai duchi di Spoleto e
di Benevento. Ma questo assalto e tutti quelli che si susseguirono nell'arco di ben quattro
secoli non riuscirono mai ad ottenere la conquista di Napoli. Benché aspramente contese
e con alterne vicende, i Napoletani mantennero per lo più il controllo di Acerra, Atella
e Nocera (11).
Nel punto centrale di questa area di confine, turbolenta e non marcata da barriere naturali,
in una zona boscosa e facilmente accessibile per chi veniva dalla valle caudina, e cioè da
Benevento, e da Suessula, sede di gastaldato, i Longobardi eressero un luogo fortificato
su una preesistente villa romana (12) e lo chiamarono con il nome del loro principale protettore:
S. Arcangelo.
Di qui dominavano i luoghi e i villaggi che ora hanno nome Crispano, Cardito, Caivano,
Pascarola, Casolla Valenzano e, verso sud, le terre fino a Licignano escluso. Da S.
Arcangelo si diramavano tre strade: la prima conduceva a Pascarola e Casapuzzano e
di qui ad Atella; la seconda andava verso Caivano e Cardito e di poi anche verso Atella;
la terza portava a Casolla Valenzano e di qui procedeva verso Napoli. Da S. Arcangelo
partivano molti degli assalti contro Atella, di cui in alcuni periodi i Longobardi riuscirono
ad averne il possesso. Da S. Arcangelo infine partivano i soldati nelle incursioni contro le
terre del ducato di Napoli o gli assalti per conquistare la stessa Napoli. S. Arcangelo
inoltre era il primo avamposto a subire le incursioni e le controffensive dei Napoletani.
Non era sempre guerra peraltro. In quattro secoli furono firmati innumerevoli tregue,
accordi e intese amichevoli. Ad esempio, vi erano molte terre fra i due ducati in cui i
contadini pagavano il tributo ripartendolo fra le due potenze ed avendone in cambio
l'interessato rispetto in caso di guerra (13).
Un'altra figura mitico-religiosa molto venerata dai Longobardi, ed anche in questo caso
per influsso bizantino, era San Giorgio, il leggendario santo guerriero uccisore del drago.
San Giorgio ed altri cristiani furono martirizzati sotto l'imperatore Diocleziano. Sulla loro
tomba, lungo la strada che dal porto di Giaffa portava a Gerusalemme, sorgeva una basilica
costantiniana ben conosciuta dai pellegrini che già dal V secolo si recavano in Terrasanta.
San Giorgio, la cui vita in effetti era sconosciuta, divenne protagonista di leggende di cui la
più popolare lo presentava come uccisore del drago, simbolo del male (14). Come al solito, visto
che era una figura guerriera, il Santo fu prontamente adottato dai Longobardi.
Un importante episodio storico che ci è stato tramandato ci dimostra la grande venerazione
per questo santo ed una correlazione psicologica con S. Michele Arcangelo.
Quando nel 688 morì il re longobardo Pertarito, il potere passò al figlio Cuniperto. Contro
il legittimo regnante, nonostante il giuramento di fedeltà pronunziato nella chiesa pavese
di S. Michele, si pose Alachis, duca di Trento. Nello scontro decisivo fra i due eserciti,
quello regio di Cuniperto e quello di Alachis, questi credette di vedere fra le lance dell'esercito
regio l'Arcangelo Michele e non osò accettare la sfida a singolar tenzone che gli rivolse
Cuniperto per evitare spargimento di sangue. Molti lo abbandonarono ed Alachis fu s
confitto rovinosamente. Cuniperto trionfante edificò sul campo di battaglia che lo aveva
visto vittorioso un monastero dedicato a S. Giorgio (15).
Ben ventuno comuni in Italia portano il nome di San Giorgio: Per alcuni di questi centri
l’origine longobarda è evidente dal nome: San Giorgio della Richinvelda (PN), San Giorgio
delle Pertiche (PD). Per molti altri tale origine è ipotizzabile in base alla maggiore
concentrazione in zone di massimo dominio longobardo (Lombardia, Piemonte, Friuli,
Ducato di Benevento).
Ma la presenza di tale nome anche in zone dominate dai bizantini non deve essere fonte di
dubbi giacché proprio i Bizantini avevano trasmesso il culto ai Longobardi. Ad esempio, a
Napoli la Basilica di San Giorgio Maggiore, costruita nel V secolo dal vescovo Severo sui
ruderi del tempio pagano di Demetra, fu dapprima dedicata al Salvatore e poi, nel VII secolo,
nel periodo dei più feroci assalti dei Longobardi, a San Giorgio (16).
Con queste premesse non meraviglia il fatto che in Pascarola vi siano una Cappella ed una
Chiesa dedicate a S. Giorgio. L'esistenza della Chiesa è documentata fin dal 1186 (17) (ma è
da notare che la Chiesa corrisponde all’attuale Cappella di S. Giorgio, peraltro abbattuta e
ricostruita in tempi moderni; l’attuale chiesa di S. Giorgio è la Cappella di S. Maria posseduta
dalla famiglia Gaderisio nel 1186). E’ probabile che tale chiesa fosse di epoca ben più antica
e che forse risalga all’epoca longobarda. Ed è anche possibile che la Chiesa di S. Giorgio
di Afragola, della cui esistenza vi è una prova indiretta già in un documento del 1131 (18),
abbia una origine longobarda in quanto fino a quella zona si estendeva il dominio del
feudo di S. Arcangelo.
Giacinto Libertini
Note:
(1) Odino
(2) Paolo Delogu, Il Regno Longobardo, in: Storia d'Italia, Vol. I, UTET, Torino, 1980
(3) Gaetano Capasso, Afragola. Origine, vicende e sviluppo di un ‘casale’ napoletano,
Athena Mediterranea, Napoli, 1974, p. 101
(4) Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1966
(5) Marina Cepeda Fuentes e Stefano Cattabiani, I nomi degli italiani, Newton
Compton Ed., Roma, 1992
(6) Erchemperto, Historiola Longobardorum Beneventanorum in: L. A. Muratori,
Rerum italicarum scriptores, Vol. IV, p. 21
(7) Vera von Falkenhausen, I Longobardi Meridionali, in: Storia d'Italia, Vol.
III, UTET, Torino, 1980
(8) op. cit., p. 21
(9) Istoria dell’antichissima città di Suessola e del vecchio e nuovo castello di
Arienzo, Napoli, 1778; ristampato da Edizioni Dehoniane, Napoli, 1978
(10) Gaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della Città di Acerra,
Napoli, 1890; ristampato a cura del Comune di Acerra, Acerra, 1990
(11) Paolo Delogu, op. cit.
(12) Nel gennaio del 1995 è stato ivi rinvenuto un mosaico romano a pietre
bianche e nere di evidente fattura di epoca romana raffigurante un delfino, un pesce, un bue ed un
cavallo mitologico. Dal nome della strada che da Casolla Valenzano conduce a S. Arcangelo, via
Marcigliana, è possibile ipotizzare che forse il nome romano di S. Arcangelo era praedium Marcellianum.
(13) Paolo Delogu, op. cit.
(14) Marina Cepeda Fuentes e Stefano Cattabiani, op. cit.
(15) Paolo Delogu, op. cit.
(16) Vittorio Gleijeses, La Storia di Napoli dalle origini ai nostri giorni, Società
Editrice Napoletana, Napoli, 1974
(17) Alfonso Gallo, Codice diplomatico normanno di Aversa, Società Italiana
di Storia Patria, L. Lubrano ed., Napoli, 1927; ristampato a cura del Comune di Aversa, Aversa, 1990,
doc. CXXX (Donazione Gaderisio)
(18) Gaetano Capasso, Afragola. Dieci secoli di storia comunale. Aspetti e
problemi, Athena Mediterranea, Napoli