UNO “SCONOSCIUTO”
FEUDATARIO DI AFRAGOLA,
GIOVANNELLO TOMACELLI

CARLO CERBONE

Il più illustre feudatario di Afragola (dopo Carlo III di Durazzo) è stato ignorato dagli storici locali: in questo senso Giovannello Tomacelli è "sconosciuto". Ho trovato notizia di lui nel consultare i manoscritti di Carlo De Lellis (1) conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli, purtroppo però quando Afragola feudale era già stato pubblicato (2). Ma agli storici antichi della nobiltà napoletana non era ignota la sua breve signoria su Afragola: Onorato Scipione Ametrano, Scipione Ammirato e Biagio Aldimari (3) ricordano il casale tra i molti feudi che egli ebbe.
Il più illustre perché Giovannello Tomacelli ebbe molti feudi e ricoprì importanti incarichi dentro e fuori la patria, tra cui quello di Gran Cancelliere del Regno. La sua vicenda umana e politica è un esempio compiuto ed eloquente di quella “varietà della fortuna” alla quale Tristano Caracciolo avrebbe dedicato un famoso opuscolo poi tradotto in italiano da Camillo Tutini a metà del Seicento.
Giovannello Tomacelli apparteneva a un’antica famiglia napoletana del clan dei Capece. La sua fortuna cominciò il 2 novembre 1389 quando al soglio pontificio fu eletto suo fratello Pietro o Perrino, che prese il nome di Bonifacio IX (4).
Sia per affetto verso la gente del suo sangue, sia per necessità di governo, Bonifacio IX, come avevano fatto e avrebbero fatto altri pontefici, si circondò di parenti. Lui stesso, prima dell’elezione al pontificato, in Curia era stato appoggiato da congiunti influenti: papa Urbano VI, suo predecessore, napoletano come lui, col quale era imparentato attraverso la famiglia Brancaccio, e i cardinali Rinaldo Brancaccio e Francesco Carbone.
Il nepotismo, che noi oggi giudichiamo severamente in un’ottica puramente moralistica (quando ovviamente non siamo “nepoti” di qualche potente), già dalla fine del XII secolo era un fenomeno che in misura più o meno grande (grandissima nel caso di Bonifacio IX) accompagnava regolarmente ogni pontificato, appartenesse o no il papa a una grande famiglia, fosse o no romano. Era più questione di dimensione del fenomeno che di esistenza di esso: in breve, il nepotismo era inevitabile, necessario, e “lo caldo de’ consorti” era soltanto una delle sue cause; se vogliamo era la meno significativa sul piano storico e politico per essere del tutto naturale e insopprimibile in ognuno l’amore per la famiglia. Il fenomeno insomma si sarebbe prodotto (benché forse in forme meno clamorose di quelle conosciute) anche senza l’amore per la parentela. Esso infatti rispondeva prima di tutto a logiche di potere e di governo. Non a caso conobbe un forte sviluppo in coincidenza con l’ampliamento dello Stato della Chiesa, con l’assunzione da parte dei papi di un ruolo politico e di governo temporale sempre più ampio e rilevante.
La prima esigenza alla quale il nepotismo rispondeva era il controllo della Curia: il nuovo papa aveva bisogno di sostenitori e di consiglieri devoti sia al vertice (il Sacro Collegio) sia nei quadri intermedi. Il Papa, se voleva governare con un minimo di sicurezza, con una certa garanzia di veder tradotte in atti le sue disposizioni, era insomma costretto a realizzare quello che noi oggi chiamiamo spoil system. Anche in questo settore – il controllo della Curia –, osserva Sandro Carocci, il nepotismo contribuì a rafforzare il potere papale.
La seconda esigenza era il controllo di Roma e del suo comune. Impresa non facile, perché nella vita politica della città le famiglie nobili avevano acquistato un ruolo centrale e perché dalle forze popolari (l’altro grande protagonista della vita cittadina) potevano nascere, come era accaduto, governi con un’accentuata tendenza all’autonomia, portati ad estendere i poteri del comune capitolino a danno del papato. “In realtà – scrive Carocci –, era solo attraverso il rapporto con la grande aristocrazia che i papi potevano raggiungere il loro obbiettivo”. I papi romani, usciti da quelle grandi famiglie, si trovavano di fronte a certi problemi e a certe scelte quasi obbligate; i papi “stranieri” di fronte ad altri problemi e ad altre possibili risposte. Per entrambi comunque il nepotismo era il mezzo principale di governo temporale.
Il papa era un sovrano, il capo di uno stato. Diversamente dagli altri sovrani di quel tempo non poteva fare due cose: trasmettere il potere a un proprio discendente e condurre in battaglia un esercito. Da qui derivava per lui la necessità, nell’insediarsi, di rinnovare almeno una parte degli ufficiali dello stato per avere intorno persone fidate. Il reclutamento di elevati ufficiali di fiducia, soprattutto per la conduzione di guerre, sarà per tutto il Medioevo e per gran parte dell’età moderna uno dei problemi principali dei pontefici in quanto sovrani temporali. “Per queste ragioni – scrive Carocci – tutti i pontefici affidarono in primo luogo a congiunti i rettorati e gli incarichi cruciali, soprattutto di carattere militare”. Il conferimento di rettorati laici, di pensioni, di rendite sui beni della Chiesa o di monasteri era uno dei modi con cui il papa pagava lo “stipendio” ai congiunti e a quanti collaboravano con lui nell’amministrazione del potere temporale e nella conduzione degli affari della Chiesa.
L’ultimo fattore che spingeva verso il nepotismo era il ricorso alla famiglia come piattaforma di potenza. La potenza familiare – scrive Carocci – era preziosa “soprattutto in uno Stato come quello della Chiesa, largamente caratterizzato da particolarismi di ogni tipo, e soprattutto per sovrani come i papi, che essendo elettivi non potevano stabilire un robusto tessuto di fedeltà vassallatiche che legassero le élites delle province al sovrano e ai suoi congiunti”.
Ultima ragione del nepotismo fu la pietas per i congiunti, il desiderio di esaltare la propria famiglia. Questo “caldo de’ consorti” fu presente in misura più o meno grande ed opportuna in quasi tutti i pontefici, ma in taluni del tutto assente. In Bonifacio IX, come nel suo predecessore Urbano VI, fu presente in modo esagerato.
Il “caldo de’ consorti” fu senza dubbio la causa principale del nepotismo di Bonifacio IX. Ma anche senza questa molla psicologica papa Tomacelli sarebbe stato costretto ad affidarsi principalmente, anzi esclusivamente ai suoi parenti nella gestione del potere temporale. Lo Stato della Chiesa e la Chiesa stessa, quando egli prese la tiara, attraversavano uno dei periodi più difficili della loro storia. L’elezione di Bartolomeo Prignano (Urbano VI) nel 1378 era stata seguita pochi mesi dopo da uno scisma (il “grande scisma d’Occidente”, com’è stato chiamato) e dall’elezione di un altro pontefice (il francese Clemente VII, antipapa che avrebbe regnato ad Avignone). Lo scisma portò nella Chiesa il disordine e lo scandalo che si possono immaginare, ma disarticolò anche il patrimonio di San Pietro: vi erano vescovi, chiese, abbazie e conventi, ma anche ufficiali e funzionari, che obbedivano all’antipapa e a lui versavano decime e tributi. Il papato inoltre si trovò a non poter più contare su quella sorta di difesa armata a sud rappresentata dai re di Napoli: Giovanna I d’Angiò infatti si era schierata con l’antipapa. I cardinali scismatici che avrebbero eletto Clemente VII si erano riuniti a Fondi, ai confini del Regno, nelle terre di Onorato Caetani che aveva possedimenti in tutti e due gli stati, quello napoletano e quello romano. Un altro grande feudatario, Rinaldo Orsini, era passato ai clementini e si era creato una signoria a Orvieto e Spoleto, anche lui mosso da interessi privati: sleale con il papa romano, avrebbe tradito anche quello di Avignone e l’aspirante al trono napoletano Luigi d’Angiò che da Clemente era appoggiato. Gli ecclesiastici non erano da meno dei laici in una sorta di gara al doppio gioco e al tradimento: il cardinale Pileo da Prata può essere considerato il più compiuto rappresentante della morale civile e religiosa che allora imperava più che in qualsiasi altro tempo: prima era stato urbanista, poi clementino, poi di nuovo urbanista. L’aristocrazia, con i Colonna in testa, era un contropotere sia nella città di Roma sia nello Stato. Il popolo romano era continuamente minaccioso verso il Papa chiunque egli fosse, con i tumulti di piazza “partecipava” ai conclavi e facilmente si abbandonava al saccheggio dei palazzi pontifici. Questa difficilissima situazione interna era resa ancora più drammatica dalla presenza delle compagnie di ventura sulla scena politica e militare. Il quadro internazionale non era meno complesso, con il Regno di Napoli lacerato da una guerra dinastica, i Visconti di Milano impegnati in una espansione che li avrebbe portati a controllare buona parte dell’Italia centrale, Firenze che ugualmente faceva una politica di potenza.
La difficoltà maggiore il Papa l’aveva però nel controllo delle città e province del suo Stato e nella riscossione dei tributi. Quando il cardinale Tomacelli salì al soglio di Pietro le casse pontificie erano vuote e lo Stato della Chiesa era un’astrazione piuttosto che una realtà.
In una situazione politica, economica e umana come questa a chi poteva affidarsi il Papa se non ai suoi parenti? E a chi se non ai napoletani in genere, in una città dove tutti erano di una fazione o di un’altra, nessuno era affidabile perché tutti erano pronti a vendersi al miglior offerente?
Uomo concreto e politico fine, Pietro Tomacelli soleva dire che “una sardina in mano è meglio di un delfino nel mare”. Cominciò con il nominare i suoi fratelli Giovannello e Andrea rettori residenti nello Stato, con giurisdizione su più province. Concesse loro anche alcune roccheforti, come Spoleto, Narni, Todi, Terni. Più che dal nepotismo, queste scelte furono dettate dal semplice buonsenso: il Papa doveva prima di tutto riprendere il controllo del territorio dello Stato e poteva farlo soltanto attraverso i suoi parenti, i soli che non avevano interesse a voltargli le spalle, i soli di cui potesse veramente fidarsi. Un altro espediente al quale Bonifacio si affidò fu la nomina di vicari: ne confermò diversi di quelli creati dal suo impolitico e intrattabile predecessore e ne creò 63 di nuovi. Attraverso questa fitta rete di fiduciari riuscì a rimettere un po’ in sesto le finanze dello Stato.
Non è qui possibile né necessario ripercorrere la storia, breve ma importante, del pontificato di Bonifacio IX. Per consentire al lettore di inquadrare la vicenda di Giovannello Tomacelli in quella del tempo che lo vide ascendere e cadere basterà rileggere qualche brano delle pagine che Daniel Waley (5) ha dedicato al Papa passato alla storia come il simbolo stesso del nepotismo. “I più importanti progressi fatti inizialmente da Bonifacio – scrive Waley – furono in Campagna e nella stessa città di Roma. La sua posizione nei confronti di Roma venne rafforzata da due fattori permanenti, cioè la dipendenza del benessere economico della città dalla presenza della curia e l’aspro antagonismo tra le famiglie nobili e i popolari. (…) Bonifacio riuscì a rafforzare la sua posizione romana nel 1391 e il suo trattato con il comune, sottoscritto in quell’anno, riguardante la fornitura di generi alimentari, le mura e i ponti, oltre alla giurisdizione sugli ecclesiastici, venne confermato nel 1393. Il suo maggiore successo, tuttavia, non venne fino al 1398, quando la potente figura di Paolo Orsini abbandonò la città e il papa ottenne non soltanto l’autorità di un formale plenum et liberum dominium, ma un controllo di fatto sulla finanza e sulla nomina dei funzionari; il suo senatore fu Malatesta di Galeotto Malatesta. Nonostante l’interludio di un breve regime dominato dai Colonna (1400-1401), i risultati raggiunti da Bonifacio per quanto concerneva l’indipendenza di Roma si rivelarono decisivi e duraturi e implicarono un accresciuto potere sul districtus e sulla stessa città. Non meno importante fu la vittoria papale su Onorato Caetani, la figura che simboleggiava non soltanto la tradizione di indipendenza feudale nella Campagna ma anche le stesse origini dello scisma. (…) Oltre a questo, Bonifacio adoperò suo fratello Giovannello come fondatore di una forte signoria dei Tomacelli nel territorio, strategicamente cruciale, situato sui due lati dei confini del regno. Il trattato di Bonifacio con Onorato (1397) si rivelò inefficace, ma successivamente [il Papa] lanciò una campagna militare (che in effetti era una crociata, accompagnata da interdetto e scomunica) e conquistò Anagni (1399). Subito dopo questi avvenimenti, la pressione esercitata da sud da parte del re napoletano, Ladislao di Durazzo, contribuì alla conquista di Terracina. Prima della morte di Onorato (aprile 1400) Bonifacio aveva ridotto notevolmente la forza del suo formidabile avversario.
“Lo stesso anno, comunque
– prosegue Waley –, vide anche il più grave arretramento di Bonifacio. Le sue conquiste territoriali in Italia centrale avrebbero contato ben poco se nella penisola fosse crollata l’opposizione alle ambiziosissime mire di Giangaleazzo Visconti. Giangaleazzo aveva già fatto grandi progressi nella sua politica di conquista verso l’Italia centrale. Nel 1399 si era assicurato Pisa e Siena. Nel gennaio del 1400 Perugia, la sola grande città papale tra Bologna e Roma e la più importante rappresentante dell’indipendenza comunale nello Stato papale allora sopravvissuta, si sottomise a Giangaleazzo, accettando come suo funzionario più autorevole un ‘luogotenente’ del Visconti. Nel marzo Assisi seguì l’esempio di Perugia.
“In queste condizioni
– conclude Waley –, mentre i Visconti riscuotevano grande seguito, non soltanto in Romagna ma anche nelle Marche (dai Montefeltro e, tra gli altri, dai Chiavelli di Fabriano), lo Stato papale fu più che mai vicino all’estinzione per opera di una potenza esterna. Giovannello Tomacelli riuscì ancora a tenere Orvieto e Andrea Tomacelli a tenere Terni, ma il loro fratello [cioè il Papa], dopo la grande vittoria dei Visconti a Casalecchio nei pressi di Bologna (26 giugno 1402), era così preoccupato che un’alleanza formale con Firenze stava ormai diventando una seria possibilità. Tuttavia Giangaleazzo morì nel giro di poche settimane (3 settembre 1402) e ben presto i suoi domini vennero divisi. Esattamente un anno dopo la morte di Giangaleazzo l’abilissimo cardinale Baldassarre Cossa riconquistò Bologna al papa e il 16 ottobre 1403 Perugia inviò dei rappresentanti per negoziare la sua capitolazione; realisticamente questa venne concessa a condizioni generose e Perugia riconquistò gran parte della sua autonomia politica. In tal modo il pontificato di Bonifacio terminò con una nota di trionfo, grazie soprattutto alla risottomissione delle due più importanti città”.

La fortuna di Giovannello e di Andrea Tomacelli e dei loro parenti non dipese soltanto dall’elezione al papato del loro fratello Pietro ma anche dalla politica che questi condusse nei confronti del Regno di Napoli o piuttosto di Sicilia come si continuava a chiamarlo nonostante il Vespro avesse diviso il destino dell’isola dalla parte continentale della monarchia fondata da Ruggero il Normanno.
Papa Prignano, Urbano VI, nel corso del suo tormentato e politicamente incoerente pontificato, si era schierato contro Giovanna I e contro l’erede al trono napoletano da lei scelto, Carlo di Durazzo, poi dalla regina messo da parte a favore del fratello di Carlo V di Francia, Luigi d’Angiò, adottato come figlio.
Papa Tomacelli senza indugio capovolse la politica del suo predecessore che, se vittoriosa, avrebbe portato il Regno nell’orbita francese: tra i suoi primi atti di governo ci fu il riconoscimento di Ladislao di Durazzo come re di Sicilia. I Tomacelli erano legati da tempo ai Durazzo: quattro di loro avevano seguito Carlo III nell’impresa di Puglia e la loro fedeltà l’avevano pagata con l’esilio da Napoli quando la città era caduta nelle mani di Luigi d’Angiò. La sua scelta a favore di Ladislao era quindi coerente con le tradizioni di casa Tomacelli. Ma le ragioni vere, solide, della sua scelta furono altre. Papa Bonifacio era consapevole che gli Angiò a Napoli costituivano un bastione del papa scismatico che regnava da Avignone, Clemente VII, e che dunque per porre fine allo scisma era innanzitutto necessario cacciare dall’Italia Luigi d’Angiò.
L’Angioino era stato incoronato re di Napoli ad Avignone dall’antipapa il primo novembre 1389. Bonifacio IX rispose proclamando Ladislao re, riconoscendo come tutrice sua madre Margherita e ponendogli a fianco il cardinale Acciaiuoli. Con la proclamazione a re del giovane Durazzo, ha scritto Alessandro Cutolo, non cominciava, come pure poteva sembrare, “una nuova era di vassallaggio della corte di Roma ai sovrani di Napoli, ché il papa, geloso delle sue prerogative e risoluto a dirigere quella corte, non ad esserne diretto, fece partire, l’un dopo l’altro, per Gaeta vari funzionari pontifici perché stabilissero un legame ed insieme un controllo”. Con l’Acciaiuoli si recarono a Gaeta, dove Ladislao si era ritirato dopo la caduta di Napoli, Giovannello Tomacelli, creato capitano generale dell’armata papale, latore della formula di giuramento e di abiura cui dovevano sottostare gli scomunicati partigiani di Ladislao per rientrare in seno alla Chiesa, e Niccolò da Imola, incaricato di pagare i molti debiti lasciati nel Regno da Urbano VI nonché di riscattare i preziosi oggetti da lui lasciati in pegno e di farsi consegnare i registri rimasti nella rocca all’atto della precipitosa partenza di papa Prignano. Al giovane Re Bonifacio IX proibì fermamente di realizzare l’unione del suo regno con quello tedesco e di assumere il dominio in Toscana e in Lombardia, dimostrandosi anche in questo politico accorto e lungimirante.

Ladislao mostrò la sua riconoscenza a Bonifacio IX innalzando i suoi parenti, e specialmente i suoi fratelli. Giovannello e Andrea furono chiamati a far parte del suo consiglio, il primo ebbe incarichi politici e amministrativi di rilievo. Nel 1392 era vicereggente di Terra di Lavoro, Molise e Principato e governatore delle terre del ducato di Amalfi; ma fu nelle imprese di guerra che il Re specialmente si valse di lui. Nel 1392 Ladislao gli affidò la prosecuzione della guerriglia lungo la costiera di Sorrento per prendere possesso di Salerno e di Amalfi che gli aveva donato. Queste città non vollero però riceverlo per loro signore e allora rimontato sulle galee Giovannello assalì Castellammare di Stabia e la conquistò; ciò fece passare il castello di Lettere nell’ubbidienza di Ladislao. Nel 1399 lo troviamo accanto a Ladislao nella preparazione di nuove imprese belliche.
Entrambi i fratelli ricevettero in feudo dal Re diverse terre. Il 5 aprile 1391 Ladislao, grato per i benefici ricevuti da Bonifacio IX prima e dopo l’esaltazione al pontificato (così si esprime il documento) e considerando altresì i meriti di Giovannello e di Andrea, suoi consiglieri, concedette loro le terre di Nocera in Principato Citra, di Minervino, di Altamura e il castello di Guarmioni in terra di Bari, già appartenuti a Francesco Prignano detto Butillo, morto senza eredi. Il 13 agosto dello stesso anno i due Tomacelli ricevettero la terra di Montefuscolo in Principato Ultra (possesso confermato l’anno successivo). Il 24 settembre 1392 ricevettero i casali di Minuti e Turri, già appartenuti al ribelle Roberto de Bonito. Sappiamo che possedettero il casale di Planchetella, nelle pertinenze di Montefuscolo, che il 6 febbraio 1398 donarono a Filippo Caracciolo detto Hugo “loro avunculo” (Ammirato).
Altri beni ricevettero separatamente. Il 26 dicembre 1392 il Re concesse a Giovannello la terra e il fortilizio di S. Maria presso Maiori. Il 15 settembre 1398 lo nominò conte di Sora e nel documento di investitura era detto “gran cancelliere e collaterale consiliario” secondo informa l’Ammirato (6). Sappiamo che possedette Castel di Luco, che il 21 agosto donò ad Antonello di Castiglione, e la città di Somma (oggi Somma Vesuviana) che però nel gennaio 1400 non possedeva più. E sappiamo del possesso di Afragola (7).

Il Papa, com’è ovvio, affidò a Giovannello incarichi ancora più importanti. Il primo di cui si abbia notizia riguardò Ladislao: il 1° maggio 1390 a Gaeta per conto di Bonifacio IX ordinò cavaliere il giovinetto, che sarebbe stato incoronato il 29 successivo. Nel 1394 il pontefice lo incaricò di essere intermediario di pace tra il duca di Sessa Giacomo di Marzano e Ladislao; la missione non ebbe pieno successo, perché Giovannello riuscì solo a ottenere una tregua tra il sovrano e il grande feudatario. Il 5 febbraio 1395 fu incaricato di trattare “affari delicati” della Chiesa in contrada di Narni. Il 21 gennaio 1397 fu eletto capitano generale della Tuscia, del ducato di Spoleto, della contea di Sabina, di tutte le province del Patrimonio di S. Pietro. Il 6 febbraio 1398 Giovannello, rettore del ducato di Spoleto, e suo fratello Andrea risultavano “marchesi della marca anconitana”, secondo quanto scrive l’Ammirato, che al primo attribuisce anche (p. 21) la contea di Orvieto. Il 6 giugno 1399 fu eletto capitano di tutte le milizie papali. Il 1° aprile 1400 fu nominato vicario generale pontificio nella città e distretto di Ostia. Il 1° luglio dello stesso anno il Papa lo fece governatore e castellano di Benevento. Il 6 giugno 1401 fu nominato governatore della contea di Sabina. Il 14 marzo 1404 il Papa gli ordinò di chiamare al servizio della Chiesa il famoso capitano Paolo Orsini, e questo, osserva Cutolo, indica la chiara volontà di Bonifacio IX “di agire in ogni modo contro i suoi nemici”.
Giovannello Tomacelli fu da Roma impiegato specialmente nella pacificazione e nel governo delle città e terre dell’Umbia. Il Graziani scrive di lui in più luoghi della sua Cronaca di Perugia.
Il 27 settembre 1402 Bonifacio IX lo incaricò di recuperare il dominio di Perugia e del suo contado, dichiarata ribelle per essersi assoggettata al duca di Milano. Il 2 ottobre Giovannello con 300 lance dell’armata papale e mille lance del Comune di Firenze, l’appoggio dei fuoriusciti fiorentini e trecento cavalli pose l’assedio alla città. Un anno dopo, con il consenso dei Visconti che non erano stati in grado di soccorrerli, i perugini si rappacificarono con Roma. “Del 1403, adì 18 ottobre – racconta il Graziani –, cavalcarono li nostri ambasciatori un giovedì mattina alla città di Todi, et andarono a messer Giannello fratello carnale del papa di Roma, per ratificare e confermare la pace e concordia fatta da noi con il Papa, con volontà di tutto il popolo di Perugia, che liberamente se li dava con la città e con tutto il contado, senza niuna riserva”. La pace, prosegue il Graziani, fu fatta con questo patto, “che nullo nostro fuoruscito tornasse, anzi che stessero venti miglia lungi dal contado di Perugia, e posto in termine ogni cosa, a certi dì poi, cioè alli 22 dicembre, un lunedì all’ora di vespro venne un messo a cavallo con la palma della santa oliva”. L’accordo di pace, racconta Pompeo Pellini (8), prevedeva anche che il governo della città e dei suoi castelli e giurisdizioni passasse nelle mani di Giovannello ogni volta che questi si fosse in essa recato. L’8 novembre il Papa si congratulò con i perugini per aver intavolato trattative di pace con Giovannello, poi li assolvette dalle censure.
Il Tomacelli entrò a Perugia il 20 novembre 1403 per porta S. Pietro, racconta il Graziani, “con la maggior festa ed allegrezza che mai venisse signore; ché si vestirono tutte le compagnie di bianco con le palme d’olivo in mano, e tutti li cittadini a cavallo, da 1500 cavalli bene armati; della qual brigata erano caporali il marchese di Carrara et il Mostarda de la Strada, la più ricca compagnia che mai venisse in questo paese. Il quale messer Giannello venne la sera di vespero, di lunedì, e scavalcò al palazzo del podestà a capo la piazza”.
“A dì 16 dicembre di domenica sul vespro venne la moglie
(9) di messer Giannello, accompagnata da tutta la gente della Chiesa. La brigata del conte di Carrara e del Mostarda venne per porta S. Pietro, e non ci rimase cittadino da cavallo che non andasse incontro per onorarla, e tutti li priori e camerlenghi e tutte le donne da bene ballando e sollazzando andarono con lei sino al palazzo del podestà dove stava messer Giannello”.
Giovannello Tomacelli si trattenne a Perugia alcuni mesi. La Cronaca del Graziani ci informa della sua attività e delle difficoltà che incontrò nel governo della città, divisa in fazioni che si combattevano aspramente.
Adì 12 detto [gennaio 1404] venne a Perugia messer Antonio *** [nel manoscritto c’è una lacuna] signor di Fermo, trattenuto a parlare con messer Giannello nostro signore.
“Adì 13 detto la donna di messer Giannello andò con molte altre donne della città a spasso alla chiesa di S. Pietro, e li fu fatto grand’onore ed allegrezza.
“Adì 15 detto si partì da Perugia messer Giannello, e con lui furono mandati i nostri ambasciatori, Ceccolino de’ Michelotti e messer Nofrio di Bartolino e Raniere di messer Tiviere, e furono mandati al santo padre a Roma, et andarono per rifermare i capitoli della pace.
“Adì 17 detto madonna
[cioè la moglie di Giovannello] con molte altre donne cittadine andò a spasso alla chiesa di S. Antonio, e poi a Monte Luce, con assai diletto.
“Adì 22 marzo ritornò qui messer Giannello, di sabato, e con esso messer Nofrio di Bartolino e Raniere di Tiviere nostri ambasciatori, quali furono mandati al Papa per confermare li capitoli della pace fatta con la chiesa di Roma.
“Adì 11 maggio, quasi su le 22 ore, giunse a Perugia un fante quale mandò messer Golino di Trinci signore di Foligno, e scrisse a messer Giannello che fosse fatta radunanza di certi nostri fuorusciti per entrare nella città di Perugia; e per questa cagione messer Giannello mandò per alcun nostro cittadino fidato allo stato e possente, e dissegli che si attendesse a far buona guardia, perché non aveva di certo che i nostri fuorusciti volevano rientrare e fare gran novità. E per questo nome il giovedì a notte si fece grandissima guardia da molti cittadini, sempre avendo gran sospetto e paura
”.
Il ritorno dei fuorusciti costituiva per i perugini una minaccia grave: significava vendette private e guerra civile. Per questo insistettero molto col Tomacelli (“sempre pregandolo per il buono stato della città”, scrive il Graziani) perché impedisse loro il ritorno. “Messer Giannello” lo sapeva bene perché alcuni erano già entrati, con un seguito di circa cinquecento uomini metà a piedi e metà a cavallo, e vi erano stati disordini e qualche uccisione. Era dovuto intervenire in armi lui stesso con molti cittadini ed era riuscito a cacciarli, ma molti erano rimasti, nascosti nelle case di amici e parenti, tanto che furono promessi 300 fiorini d’oro a chi rivelasse il loro nascondiglio. Alcuni furono presi fuori della città da certi contadini che li consegnarono ad Antignolla a un tal Giasone e a Niccolò suo figlio perché li tenessero in attesa di consegnarli alle autorità di Perugia. Ma Giasone non li volle consegnare tutti, e questo fu motivo di nuovi sospetti e di altre preoccupazioni in città.
Adì 10 maggio di sabato – racconta il Graziani – il signore fece pigliare Cialfante et il figlio di Gasparre da Mancino suo parente, perché Giasone non voleva dare questi prigioni al signore, e dicesi che gli saria tagliata la testa; e questa mane si disse da molti che si ardesse la casa loro di piazza, e per questo ogni persona si voleva armare e fare novità; e quasi all’ora di terza circa 300 uomini di porta S. Angelo andarono dal signore, e dissero che piacesse a sua signoria di trovar modo che quelli quali sono prigioni in Antignolla dovessero venire, e che di loro si faccia quello che vuole la ragione; e si unirono con essi quelli di porta S. Pietro, quelli di porta Sole e quelli di porta S. Susanna, e tutti dissero che questi prigioni fossero menati, e facciasi quello che vuole la ragione. E quasi a ora di nona questo dì il signore fece fare bandimento che ogni persona ponga giù l’armi; ed oggi si temeva che non fosse qualche gran novità per cagione che Giasone non ha voluto rendere li prigioni: onde il signore mandò a Giasone messer Giapeco Graziano, e Raniero di messer Tiviere, e Francesco di Berardello, acciò che esso mandasse li prigioni”.
Tutti gli sforzi diplomatici e le minacce riuscirono però vani e fu necessario ricorrere alla forza. Il 13 maggio “fu mandata la bombarda contro le mura d’Antignolla, cioè contro Giasone e gli altri compagni (…). Il signore fece lasciare Cialfante e Guasparre, e diedero ricolta 100 e fiorini, e volsero che il signore andasse ad Antignolla, e che parlassero a Giasone e con gli altri che tengono li sudetti prigioni”.
Adì 14 detto, di mercoledì – racconta il Graziani –, cavalcò il signore all’ora di nona, e con lui il conte di Carrara e Ceccolino, con molta brigata; e dicesi che sono fatti li patti con quelli di Antignolla (…). È vero che quelli che stavano alla tenuta d’Antignolla resero li prigioni fatti nel contado di P. S. Angelo; e gli resero al signore per uomini morti [cioè senza impegno da parte del Tomacelli di salvar loro la vita], che altrimenti il signore non li voleva”.
Quasi tutti furono decapitati, dopo aver confessato di aver assassinato molte persone e che entrati in città il loro intento era uccidere e rubare. Qualche altro, tenuto prigioniero nel cassero di Castiglione Chiugino, sarebbe riuscito a fuggire in settembre, mentre il Tomacelli era lontano da Perugia.
Adì 1 di ottobre – scrive infatti il Graziani – ritornò qui messer Giannello nostro signore, il quale è stato a campo alla rocca di Suriano, ch’è buon pezzo che si partì, e questo giorno è ritornato”.
Era appena tornato che da Roma giunse la notizia che avrebbe cambiato la sua vita.
Adì 3 ottobre di venerdì – scrive il Graziani – fu novella che papa Bonifazio è morto, e dicesi che messer Giannello nostro signore ha avuto lettere di certo”.
Stando al Graziani, il nipote del Papa non partì subito per Roma.
Adì 4 decembre [ma ottobre, probabilmente], di sabato a ora di terza – scrive infatti il cronista – si partì messer Giannello nostro signore et andò ad Asisi, et anco fece di molte cose sue: credo che sia partito per tornare. Perciò per la morte del papa suo fratello, come ho scritto, per sospetto di qui, ma non li bisognava; e fu pregato per grazia gli piaccia tornare: ora non so che sarà; e con lui menò due de’ Priori, cioè Tebaldo e messer Nofrio sopradetti priori, e rimase in Asisi. Adì 7, tornò messer Tebaldo e messer Nofrio sopradetti da Asisi, et hanno parlato con messer Giannello di tornar qui.
Adì 13 detto si portò qui messer Giannello marito di Madama, e si dice che va a Roma, perché el fratello quale è cardinale sarà fatto papa”.
Nel collegio che elesse il successore di Bonifacio IX non vi era però un fratello di Giovannello; vi erano due suoi parenti, Francesco Carbone e Rinaldo Brancaccio. Nessuno dei due riuscì eletto, al soglio pontificio il 17 ottobre 1404 fu chiamato Cosimo Migliorati, di Sulmona, che prese il nome di Innocenzo VII, anche lui suddito di Ladislao, niente affatto amico dei Tomacelli benché da Bonifacio IX avesse ricevuto non solo la porpora ma anche importanti incarichi.
La morte di papa Bonifacio mise fine alla fortuna dei Tomacelli. La maggior parte di loro fu allontanata da uffici e possedimenti, e talvolta fu necessario ricorrere alla forza. Andrea difese a lungo Narni contro le truppe di Innocenzo VII, ma in seguito all’arresto dei suoi figli dovette cedere. A Spoleto i Tomacelli potettero resistere più a lungo, ne furono allontanati soltanto da Martino V (1417-1431). Da Montecassino, dove a Enrico Tomacelli come abate era succeduto il nipote Pirro, furono allontanati, e con la forza, ancora più tardi, sotto il pontificato di Eugenio IV (1431-1447).
Giovannello con la madre si ritirò nella sua contea di Sora, nel Regno di Napoli, dove riteneva di poter stare sicuro. Sora era il centro della signoria che Bonifacio IX aveva costituito pezzo su pezzo alla propria famiglia, a spese principalmente dell’abbazia di Montecassino e dei Caetani. Giovannello aveva ricevuto la città in feudo da Ladislao, che l’aveva concessa in seguito alle pressanti richieste del Papa, come abbiamo visto. Andrea aveva ottenuto Arce. Nel 1399 Bonifacio IX aveva aggiunto Pontecorvo e Ceprano. Altre terre erano state aggregate a questo nucleo dall’abate di Montecassino Enrico Tomacelli.
Fu a Sora, il centro della loro signoria, che terminò la fortuna dei Tomacelli.
Poiché non si riusciva a metter fine allo scisma, i cardinali dell’una e dell’altra obbedienza, riuniti in concilio a Pisa, avevano deposto sia il papa di Roma sia quello di Avignone e al suo posto avevano eletto un francescano, Pietro di Candia, già arcivescovo di Milano, che aveva preso il nome di Alessandro V. Questi, ben sapendo che la forza del papa romano era in Ladislao, scomunicò il Re e il 19 agosto 1409 investì del Regno di Napoli Luigi II d’Angiò, già fatto gonfaloniere della Chiesa (il papa avignonese, Benedetto XIII, ritiratosi in un castello in Spagna, non costituiva un problema per Alessandro V). Ladislao rispose offrendo ospitalità nel Regno a Gregorio XII succeduto nel 1406 a Innocenzo VII. Il nuovo papa romano giunse a Gaeta a bordo di una delle quattro galee che il Durazzo gli aveva mandato. Il Re accolse il pontefice romano “colla riverenza debita a vero Papa ed ordinò che per tale fosse tenuto da tutto il Regno”. Di fatto, Gregorio era prigioniero del Re. Il Papa pochi mesi prima, sotto la minaccia del Concilio di Pisa e ridotto alla disperazione, aveva compiuto un gesto senza precedenti negli annali della Chiesa: aveva ceduto a Ladislao Roma e l’intero Patrimonio di San Pietro per 25.000 fiorini d’oro.
Trattato con Gregorio molte cose, il Durazzo si recò a Teano e qui, radunato l’esercito – racconta Angelo Di Costanzo (10) –, “andò prima al Contado di Alvito, e poi di Sora, e tolse quegli Stati a’ Fratelli di Papa Bonifacio, e gli mandò insieme colla Madre prigioni a Napoli; né ho ritrovato per qual ragione: e certo parve esempio notabile della varietà della fortuna, e della poca fede vedere una vecchia decrepita già Madre d’un Papa, e di così gran Signori, trattata così male da quel Re, che si sapea che portava la Corona in testa per beneficio del Papa suo Figlio”.
Qualche lume sul comportamento di Ladislao lo getta l’abate e storico cassinese Luigi Tosti. La spoliazione dei Tomacelli dovette essere una delle richieste presentate da Gregorio XII al Re. Abbiamo visto che la città di Pontecorvo era stata donata da Bonifacio IX ai suoi fratelli, che l’abate Enrico Tomacelli (cugino del Papa) aveva donato a Giovannello e ad Andrea diverse terre dell’abbazia, che il suo successore Pirro Tomacelli aveva fatto lo stesso. Queste spoliazioni non potevano essere tollerate dai successori di Bonifacio né dai monaci. Innocenzo VII, succeduto al Tomacelli, nel secondo anno del suo pontificato (1406) aveva dichiarato nulla e cancellata la donazione fatta a Giovannello dal suo predecessore. Ai cittadini di Pontecorvo aveva ingiunto di tornare sotto il governo dell’abbazia, minacciando anatema. Per l’esecuzione di questa sua volontà aveva creato un delegato apostolico nella persona dell’abate di S. Erasmo in Castellone presso Gaeta. La morte impedì al Papa di spedire la lettera con cui ordinava al delegato il recupero di Pontecorvo, ma la questione venne ripresa dal suo successore, appunto Gregorio XII, che scrisse un’altra lettera all’abate di S. Erasmo e in termini ultimativi: il Papa voleva che i suoi ordini fossero eseguiti, e subito. “Il Tomacelli – scrive l’abate Tosti – poco o nulla si moveva a quel giudicare della Romana corte, dell’ottenuta Pontecorvo non voleva privarsi, e se bolle e lettere sono fiacche a combattere illegittimo padrone, fiacchissime erano con Giovanni, che aveva come argomento di legittimità la donazione del trapassato fratello. In quei tempi i signori feudali erano corrivi alle armi; ciò conosceva re Ladislao, e volle racconciare quei dissidenti, tornandogli male se guerreggiassero. Sovrani capitoli furono scritti per acconciarli: Giovanni fu obbligato alla restituzione, e l’amaro di questo atto vennegli addolcito dal poter godere per altri cinque anni di Pontecorvo; così un po’ con forza, un po’ col dolce, restituì Tomacelli; e i Cassinesi riebbero ragguardevole terra”.
Ma Giovannello non godette per altri cinque anni del possesso di Pontecorvo, perché come abbiamo visto soltanto due anni dopo Ladislao privò lui e i suoi parenti di ogni possesso. L’arresto e la spoliazione dei due fratelli del defunto Papa dovettero essere conseguenza del ritrovato accordo fra Ladislao e Gregorio XII ma forse furono anche frutto della necessità per il Re di Napoli di non avere sulla strada che portava a Roma un feudatario potenzialmente avverso. Peraltro i rapporti tra Ladislao e i Tomacelli si erano guastati già mentre era vivo Bonifacio IX.
La ragione decisiva della disgrazia dei Tomacelli dovette essere però un’altra, e molto banale: morto papa Bonifacio, i suoi fratelli e parenti non avevano più alcun potere, erano feudatari come gli altri, capaci più di dar problemi che di portar soccorso al Re, gente ricca di beni che il Re poteva con vantaggio dare in ricompensa a chi in quel momento gli era utile. Sora, Arce e gli altri feudi della Valle del Liri, come ho già detto, tornarono ai Cantelmo (11), già fieri oppositori di Carlo III (e per questo privati di tutti i loro feudi), poi riconciliatisi con i Durazzo che avevano ben servito. Possiamo immaginare che i Cantelmo chiesero a Ladislao la restituzione dei loro antichi possessi e che Ladislao, quando ci furono le condizioni, fu ben felice di accontentarli, anche perché erano feudatari ben più potenti dei Tomacelli e controllavano l’altra parte del confine del Regno, quello abruzzese.

Nonostante l’avidità, vizio diffuso ovunque allora come oggi, Giovannello Tomacelli non dovette essere un cattivo signore. Abbiamo visto i perugini, o almeno la fazione popolare (stando alla Cronaca del Graziani) supplicarlo di ritornare quando partì, e affidarsi sempre a lui per il mantenimento della pace in città benché egli non fosse probabilmente un gran capitano (12). Certo, Perugia era divisa da cruente lotte di fazione e il Tomacelli con i suoi armati assicurava la pace e la difesa dai fuorusciti. Ma fosse stato un signore tirannico lo avrebbero sopportato?
Una certa sua sollecitudine per le genti sottoposte al suo governo è testimoniata dal regesto del De Lellis riguardante Afragola. Su istanza di Giovannello, re Ladislao nel 1401 (certamente non nel 1410, come scrive l’erudito) concesse “indulto alle Università e huomini della Terra di Somma e della Villa dell’Afragola” suoi vassalli “che per anni 3 l’Università, et essi huomini singolari, e ciascuno di essi per le cause così civili, come criminali non possano citarsi, né tirarsi in giudizio(13). La concessione di questi piccoli privilegi era un fatto non raro. Ne abbiamo un altro esempio riguardante Afragola: la regina Margherita, madre di Ladislao, nel 1412 esentò gli afragolesi dal pagamento della “quartaria” (14). Su istanza dell’arcivescovo di Napoli Giordano Orsini, re Ladislao il 10 febbraio 1401 concesse agli abitanti di Afragola vassalli dell’Arcivescovato alcune esenzioni (15).
La presunta sollecitudine di Giovannello per i suoi vassali e per quelli che lo erano stati sembra dimostrata da altri due fatti. Il 7 novembre 1399 su sua istanza re Ladislao annullò il processo che si svolgeva a carico di Paolo del Giudice, di Somma, medico, ritenuto in carcere con l’accusa di aver esercitato la professione senza licenza reale (16). Il 1° gennaio 1400 re Ladislao esentò da certi pagamenti l’Università di Somma “per rispetto di Giovannello il quale ne era Signore prima”, e quindi è da credersi su sua richiesta (17).
Che cosa fu di Giovannello Tomacelli e dei suoi parenti dopo la spoliazione e l’arresto non sappiamo, o almeno io finora non sono riuscito a trovare notizie. Certo è che non troviamo più membri della famiglia intorno a Ladislao, che sarebbe morto soltanto cinque anni dopo la mala azione di Sora. Ma i Tomacelli non sarebbero scomparsi dai ranghi della feudalità napoletana.
Nonostante la sua antichità e la sua importanza, la famiglia Tomacelli ha richiamato l’attenzione degli storici e dei genealogisti meno di altre famiglie del Regno. G. B. di Crollalanza la dice derivata da un Tomasello della celebre famiglia Cibo, che nel 970 si era stabilito in Napoli. Questi si era segnalato nel 973 nella difesa di Napoli contro Pandolfo I Capodiferro principe di Benevento e di Capua. Giovanni suo figlio fu connestabile del Ducato di Napoli. La stessa carica ebbe uno dei suoi discendenti, Arrigo, al quale re Ruggero affidò il governo e la custodia di Napoli. Durante il regno di Guglielmo II un Riccardo Tomacelli fu ammiraglio delle squadre siciliane e nel 1185 condusse la flotta da Messina a Costantinopoli ed occupò Durazzo e Tessalonica. Ammiraglio fu anche Jacopo, durante il regno di Federico II. Bartolomeo fu capitano delle milizie di Carlo I d’Angiò. Cubazio fu ambasciatore dello stesso re a papa Clemente IV e poi a Luigi IX di Francia. Marino, generale e ministro di re Ferrante d’Aragona, morì combattendo sotto Taranto nel 1481. Raimondo fu Gran Maestro dell’Ordine di Malta verso la fine del XVII secolo. Fra i moltissimi feudi posseduti da questa famiglia Crollalanza ricorda Pierra, Roccarainola, Fragnito, Summonte, Montavone, Barbarano, Monteaperto, Mancusi, Baiano, Arpino, Rocchetta, Spoleto, Orvieto, Altamura, Sora, Nocera, Montefusco, Afragola, Santo Magno. L’imperatore Carlo VI nel 1712 fregiò Francesco Tomacelli Cybo del titolo di principe dell’Impero trasmissibile ai primogeniti della sua casa. Nel 1715 diede il suo assenso all’acquisto del feudo e del titolo di marchese di Ragusa fatto dallo stesso Domenico. Filippo V di Spagna nel 1795 concesse a Domenico Tomacelli il titolo di duca di Monasterane e di Santa Caterina.

BIBLIOGRAFIA. B. Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, Napoli, Raillard, 1691; S. Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane. Parte seconda, Firenze, A. Massi, 1651; N. Barone, Notizie raccolte dai registri di Cancelleria del re Ladislao di Durazzo, “Archivio storico per le province napoletane”, 1887 e 1888; S. Carocci, Il nepotismo nel medioevo. Papi, cardinali e famiglie nobili, Roma, Viella, 1999; R. Colapietra, Il regno di Napoli nel periodo durazzesco, “Rassegna storica salernitana”, XIV, 1, giugno 1997; G. B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Sala Bolognese, s. a. (ed. orig. Pisa 1886-1890); Cronaca della città di Perugia dal 1309 al 1491 nota col nome di Diario del Graziani (…) pubblicata per cura di Ariodante Fabretti, in “Archivio storico italiano”, tomo XVI, 1-2, Firenze, Viesseux, 1850; A. Cutolo, Re Ladislao d’Angiò Durazzo, Napoli, Berisio, 1969; F. Delaruelle, P. Ourliac, E.-R. Labande, La Chiesa al tempo del grande scisma e della crisi conciliare (1378-1449), Torino, SAIE, 1967 (Storia della Chiesa, vol. XIV/1); C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Parte prima, Napoli, Savio, 1654; I diurnali del duca di Monteleone, a cura di M. Manfredi, Bologna, Zanichelli, 1958 (RIS, vol. XXI, 5); A. Esch, Bonifacio IX, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia italiana, vol. 12; G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), Torino, Utet, 1992; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medioevo, Torino, Eiunaudi, 1973; A. Kiesewetter, Ladislao d’Angiò Durazzo, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. 63; É.-G. Léonard, Gli Angioini di Napoli, Milano, Dall’Oglio, 1967; L. Tosti, Storia della Badia di Monte-Cassino, Napoli, Cirelli, 1842-1843; D. Waley, Lo Stato papale dal periodo feudale a Martino V, in Storia d’Italia diretta da G. Galasso, vol. VII, t. II, Torino, Utet, 1987.

Note:
(1) Carlo De Lellis, Notizie diverse di famiglie della Città e Regno di Napoli, ricavate da pubblici Archivi, Processi e Contratti di particolari, BNN, ms X.A.2, c. 226 r.-v.
(2) Nell’edizione a stampa il Tomacelli non è dunque compreso nell’elenco dei feudatari di Afragola; di lui ho dato notizia nell’edizione elettronica, corretta e arricchita, disponibile sul sito web dell’Istituto di Studi Atellani. Una terza edizione, con nuovi documenti, fornita all’Istituto già da molto tempo, ancora non è stata resa disponibile sul sito. Libri come Afragola feudale sono necessariamente work in progress perché la ricerca e lo studio dei documenti riguardanti il territorio napoletano sono appena cominciati.
(3) H. S. Ametrano, Della famiglia Capece, Napoli, Vitale, 1603, pp. 92-95; S. Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane. Parte Seconda, Napoli, A. Massi, 1651, p. 337; B. Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, Napoli, G. Raillard, 1691, p. 165.
(4) “Furono veramente i Tomacelli fin da principio nobili non meno per possessione di feudi, che per l’ordine cavalleresco”. Così Carlo Borrelli, Difesa della nobiltà napoletana (…) contro il libro di Francesco Elio Marchesi volgarizzata dal P. Abbate D. Ferdinando Ughelli, Roma, erede di M. Manelfi, 1655, p. 47. Nell’edizione latina (Vindex Neapolitanae Nobilitatis, Napoli, Longo, 1653) Borrelli a dimostrazione dell’antica grandezza della famiglia cita Landolfo, Bartolomeo, Sergio, Andrea, “milites feudatarij sub Manfredo Rege”. Borrelli scrive questo in polemica con il Marchesi, che voleva i Tomacelli di “mezzana fortuna” e resi grandi solo dalla munificenza di papa Bonifacio. Alcuni autori vogliono che Tomacelli fu il cogmome adottato nel Regno da uno della famiglia genovese Cibo. L’arma delle due case è la stessa e il Borrelli (che pure non si pronuncia sulla questione) dice di aver letto molte lettere mostrategli da Pompeo Tomacelli marchese di Chiusano “per le quali scambievevolmente si trattano come d’una medesima casa”.
(5) Lo Stato papale, in Storia d’Italia dir. da G. Galasso, vol. VII, tomo II, pp. 309-311.
(6) Sora era dei Cantelmo, che ne furono spogliati. Secondo altri, il Papa comprò da Ladislao la contea (tornata evidentemente in demanio dopo che i Cantelmo ne erano stati privati) pagando 100.000 scudi, “il che si può intendere che in tal somma di moneta vada compreso non solo il denaio contante ma sibbene lo spendio degli armigeri somministrati” (C. Branca, Memorie storiche della città di Sora, Napoli, Tip. De’ Gemelli, 1847, pp. 127-128).
(7) Il Borrelli cita anche Arpino, Calvi, Monopoli tra i feudi concessi da Ladislao ai due fratelli del Papa.
(8) Dell’historia di Perugia. Parte seconda, Venezia, Hertz, 1664, pp. 138-140.
(9) Caterina Acquaviva, figlia di Antonio conte di San Flaviano e di Montorio, fedelissimo dei Durazzo. Giovannello da Caterina ebbe due figli maschi, Ludovico e Cecco, sin da bambini largamente beneficiati dal Papa, e una femmina che forse, secondo l’Ammirato, andò sposa ad Andrea Matteo Acquaviva. Andrea Tomacelli sposò Giovannella Stendardo.
(10) I cosiddetti Diurnali del Duca di Monteleone sono la fonte del Di Costanzo.
(11) Berlingieri, secondogenito di Giacomo signore di Popoli, “benche fosse acerrimo difensore della casa Reale d’Angiò, per la quale à tempo, che Carlo terzo venne con grosso essercito per togliere, come tolse in effetto alla Regina Giovanna prima la corona del Regno di Napoli, egli combatté valorosamente per la parte di quella, opponendosi sempre con notabil virtù contro il nemico. Per lo che rimasto alla fine Carlo vincitore fù Berlingieri con gli altri di sua casa gran tempo perseguitato, ma per esser poscia Berlingieri di gran potenza, e di molto valore fù alla fine volentieri ricevuto in gratia dello stesso Carlo, al quale fedelmente per l’avenire servendo, e continuando ancora a i servigi del Re Ladislao successor di Carlo, guerreggiò sempre per quella corona in tutte l’invasioni de’ suoi tempi, non deviando punto dalla solita sua generosità. Quindi pacificatosi poscia in parte il Regno, per essersi egli portato egregiamente in tutte le guerre, hebbe in dono dal Re molte Terre, & il titolo di conte sopra la Terra d’Arce, e la dignità di gran cameriere del Regno”. Così C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili. Parte prima, pp. 121-122; in realtà Berlingieri o Berengario fu l’unico dei Cantelmo a non aderire alla congiura e fu premiato con molti feudi in Abruzzo: v. A. Cutolo, Ladislao, p. 188. De Lellis indica nel 1407 l’anno in cui Berlingieri fu fatto conte di Arce, ma sappiamo per certo che l’arresto dei Tomacelli a Sora avvenne nel 1409. Probabilmente la spoliazione dei Tomacelli fu compiuta da Ladislao gradualmente.
(12) Ariodante Fabretti, nel capitolo su Braccio Fortebracci, inBiografie dei capitani venturiori dell’Umbria (Montepulciano, Fumi, 1842, vol. I, p. 114) , lo definisce “uomo di poco valore”.
(13) C. De Lellis, Notizie cit., c. 226 r. e v.
(14) A. Chiarito, Comento istorico-critico-diplomatico, Napoli, Orsino, 1772, p. 132; C. Cerbone, Afragola feudale, Frattamaggiore, Istituto di Studi Atellani, 2002, p. 84.
(15) L. Parascandolo, Memorie storiche-critiche-diplomatiche della Chiesa di Napoli, Napoli, Tizzano, 1851, tomo IV, p. 28, che cita il Reg. 1400 B fol. 159.
(16) N. Barone, Notizie, “Archivio storico per le province napoletane”, 1888, p. 10.
(17) S. Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane. Parte seconda, Firenze, Amadore Massi, 1651, p. 337.